domenica 26 maggio 2019

RICCARDO PAMPURI BEATO E SANTO - Angelo Nocent



RICCARDO PAMPURI BEATO – Giovanni Paolo II
Domenica, 4 ottobre 1981



Erminio Filippo Pampuri, decimo di undici figli, a 24 anni è medico condotto e a 30 anni entra nell’Ordine Ospedaliero di san Giovanni di Dio (Fatebenefratelli). Solo tre anni dopo moriva.
È una figura straordinaria, vicina a noi nel tempo, ma più vicina ancora ai nostri problemi ed alla nostra sensibilità. Noi ammiriamo in Erminio Filippo, diventato nell’Ordine Fra Riccardo Pampuri, il giovane laico cristiano, impegnato a rendere testimonianza nell’ambiente studentesco, come membro attivo del Circolo Universitario “Severino Boezio” e socio della Conferenza di san Vincenzo de’ Paoli; il dinamico medico, animato da una intensa e concreta carità verso i malati e i poveri, nei quali scorge il volto del Cristo sofferente. Egli ha realizzato letteralmente le parole, scritte alla sorella suora, quando era medico condotto: “Prega affinché la superbia, l’egoismo e qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere sempre Gesù sofferente nei miei malati, Lui curare, Lui confortare. Con questo pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparirmi l’esercizio della mia professione!”.
Lo ammiriamo anche come religioso integerrimo di un benemerito Ordine, che, nello spirito del suo Fondatore san Giovanni di Dio, ha fatto della carità verso Dio e verso i fratelli infermi la propria missione specifica e il proprio carisma originario. “Voglio servirti, o mio Dio, per l’avvenire con perseveranza ed amore sommo: nei miei superiori, nei confratelli, nei malati tuoi prediletti: dammi la grazia di servirli come servirei Te”: così scriveva nei propositi in preparazione alla professione religiosa.
La vita breve, ma intensa, di Fra Riccardo Pampuri è uno sprone per tutto il Popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi.
  • Ai giovani contemporanei egli rivolge l’invito a vivere gioiosamente e coraggiosamente la fede cristiana; in continuo ascolto della Parola di Dio, in generosa coerenza con le esigenze del messaggio di Cristo, nella donazione verso i fratelli.
  • Ai medici, suoi colleghi, egli rivolge l’appello che svolgano con impegno la loro delicata arte animandola con gli ideali cristiani, umani, professionali, perché sia una autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana.
  • Ai religiosi ed alle religiose, specialmente a quelli e quelle che, nell’umiltà e nel nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie degli ospedali e nelle case di cura, Fra Riccardo raccomanda di vivere lo spirito originario del loro Istituto, nell’amore di Dio e dei fratelli bisognosi.


RICCARDO PAMPURI SANTO – Giovanni Paolo II
Solennità di Tutti i Santi - Mercoledì, 1° novembre 1989


Beati i misericordiosi . . . Beati i puri di cuore” (Mt 5, 7-8).


In appena trentatré anni, quali quelli del Cristo da lui amato sopra ogni cosa, la vita di san Riccardo Pampuri fu tutta un dono, a Dio e ai fratelli:
  • come giovane apostolo tra gli studenti universitari,
  • tra i militari in trincea durante gli orrori della guerra,
  • tra i fedeli della parrocchia dove fu medico condotto.
Seguendo poi la sua vocazione personale, egli entrò nell’ordine dei Fatebenefratelli, perché attratto dallo specifico ministero di questa famiglia religiosa di natura laicale, sorta per un servizio di carità anche eroica verso gli infermi, e verso i sofferenti più poveri.
In una comunità che doveva fare della misericordia il motto principale del proprio ministero, san Riccardo sentì di dover rispondere con un nuovo segno ed una nuova disponibilità a Cristo, “con una corrispondenza sempre più pronta e generosa, con un abbandono sempre più completo, sempre più perfetto nel Cuore Sacratissimo di Gesù” (Lettera alla sorella, 6 set. 1923).
Occorre però ricordare che san Riccardo iniziò il suo cammino di santificazione nel contesto dell’intensa spiritualità dei laici, proposta dall’Azione Cattolica. Per questo, sia come adolescente che come giovane studente e professionista,
  • s’impegnò nel lavoro di formazione con l’aiuto di una attenta direzione spirituale,
  • facendo degli esercizi spirituali un suo impegno forte
  • e attingendo alla pietà eucaristica l’energia necessaria per proseguire nonostante le difficoltà.
Soprattutto egli penetrò il messaggio della carità evangelica alla luce della meditazione e della preghiera, trascorrendo intensi tempi di contemplazione accanto all’Eucaristia, e dedicandosi poi, con una sensibilità particolarmente acuta, ai sofferenti in ogni circostanza.
Come non essere toccati dalle parole con cui san Riccardo si rivolgeva, in un ultimo colloquio, al suo direttore spirituale: “Padre, come mi accoglierà Iddio? . . . Io l’ho amato tanto, e tanto lo amo”. In questo intenso amore sta il supremo valore del carisma di un vero fratello dell’ordine di san Giovanni di Dio, la cui vocazione consiste proprio nel riproporre l’immagine di Cristo per ogni uomo incontrato nel proprio cammino, in un rapporto fatto di amore disinteressato e alimentato alla sorgente di un cuore puro.


  • Chi salirà il monte del Signore / chi starà nel suo luogo santo?” (Sal 24, 3)
  • Chi ha mani innocenti e cuore puro, / chi non pronuncia menzogna” (Sal 24, 4).
  • Del Signore è la terra e quanto contiene, / l’universo e i suoi abitanti” (Sal 24, 1).
  • Davvero: “beata la generazione che cerca il Signore, che cerca il volto del Dio di Giacobbe” (cf. Sal 24, 6).
  • Beati coloro che “dopo essere diventati simili a lui, lo vedono così come egli è (cf.1 Gv 3, 2). Amen.

lunedì 6 febbraio 2012

FABELLO & GIUSSANI: due paternità a confronto - Angelo Nocent

La visione profetica: comunione dei doni.
Il punto di convergenza: l'ospitalità.


  • Non ostacolate l'azione dello Spirito Santo.
  • Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono. (1Tess 5,19-20)



Fra Raimondo Fabello o.h. priore provinciale
Ripristinare la verità, nella carità, per un avvenimento di collaborazione tra Fatebenefratelli e Comunione e Liberazione, prima che un obbligo morale, dovrebbe essere una necessità, benefica per entrambe le parti.

Ad un certo momento storico, due che non si conoscono, un frate silenzioso e nascosto, Fra Raimondo Fabello ed un prete che fa tanto parlare di sè, Don Luigi Giussani, s'incontrano, si parlano, ragionano, s'intendono e decidono per una collaborazione.


Entrambi possiedono una paternità spirituale: Il frate è Priore Provinciale del Lombardo-Veneto, padre di una benemerita e plurisecolare famiglia religiosa, i Fatebenefratelli; il prete è padre di una realtà in movimento ed espansione che ha un nome atipico, Comunione e Liberazione, CL per comodità.

Ad un certo momento del loro percorso, entrambi si accorgono di avere bisogno l'uno dell'altro. In mezzo c'è una figura emergente nella Chiesa. E' un giovane medico della mutua che, dopo tre anni di convento, il tempo di irrobustire la sua santità, muore da santo e finisce sugli altari: San Riccardo Pampuri.

Nell'Ospedale "Sant'Orsola" di Brescia, dove il santo aveva fatto il noviziato e la professione religiosa, tra il 1971 e il '74, è mandato come priore proprio il nostro Fra Raimondo. Ha solo 29 anni e deve prendere in mano un prestigioso istituto e guidare la comunità religiosa.

Nel 1983 tornerà a Brescia a maturare nuove esperienze ma questa volta nell'altro Ospedale FBF, quello psichiatrico "Sacro Cuore di Gesù". Vi resterà fino al 1986, quando verrà eletto Provinciale fino al 1988, carica che dovrà lasciare per insediarsi a Roma, eletto al Capitolo Generale IV Consigliere Generale dell'Ordine.

A fine mandato, tornerà ad assumere la carica di Provinciale tra il 1995 ed il 2001.

Le date sono importanti se si vuole scoprire, a posteriori, la logica di Dio con i suoi progetti, i suoi tempi, le sue vie.

Nell'Ottobre 1984, la Jaca Book pubblica un libro di quel prete che fa tanto parlare di sé, dal titolo suggestivo: "Alla ricerca del volto umano - Contributo ad una antropologia".

Per uno che vive da sempre in mezzo a volti sofferenti, educato a vedere Dio in ogni volto - "l'avete fatto a me" - questa ricerca del "volto umano" lo mette sull'attenti.

Entrambi sono vigili e sensibili ad ogni segnale proveniente dalla terra ma hanno anche le antenne svettanti nei Cieli da dove captano indicazioni per l'esercizio della loro paternità spirituale.

A scrivere la prefazione del libro è chiamato nientemeno che il grande teologo Hans Urs Von Balthasar, il quale si fa garante della originale riflessione di Giussani. Egli così scrive:

"Il padre e fondatore del grande movimento cristiano Comunione e Liberazione offre in quest'opera ai suoi figli e alle sue figlie ma anche a tutti i cattolici una testimonianza, straordinaria per profondità e chiarezza, della sua meditazione e della sua matura esperienza con il movimento".


Far comprendere a chi non ha letto il libro e non lo ha a disposizione, non è impresa facile. Perciò proverò a riportare altri passaggi salienti del teologo. Essi, dopo vent'anni, mantengono l'originale freschezza ed aiutano a ri-pensare l'oggi.

Egli ritiene che la presa di posizione dell'autore si era resa necessaria, proprio perché la fondazione era cresciuta, le attività si erano diversificate e bisognava incrementare l'auto-coscienza negli aderenti. Nelle sue parole noi riusciamo ad intravedere una svolta determinante del movimento, chiamato a non isolarsi chiudendosi in se stesso:

"Chi conosce un po' il movimento, si meraviglierà forse dei toni decisi in apparente contrasto con il suo nome. "Comunione" non va intesa anzitutto come un legame sociale tra i membri o anche tra tutti i cristiani, ma - pienamente in linea con S. Agostino - come comunione del singolo con Cristo sempre presente, che è la sintesi di tutte le vie di Dio con la sua creazione e la sua chiesa".



Si può non essere d'accordo su questo punto? Poteva fra Raimondo lasciarsi sfuggire questa formidabile sottolineatura, importabile anche nella sua famiglia religiosa?

Ma ascoltiamo Von Balthasar che ci introduce ulteriormente nella meditazione di Giussani:

"Già l'analisi dell'antica alleanza introduce a questa riflessione centrale: Dio sceglie sempre un individuo ben preciso - Abramo, questo singolo popolo, questo profeta - per divenire, tramite lui, concreto per tutti. Le divinità dei popoli sono astrazioni, solo Jahvé è vivo, l'unico Dio e questa concretezza di Dio culmina nell'incarnazione del suo figlio Gesù Cristo, che in questo modo diventa anche il senso di tutto il mondo.

L'uomo è creato in vista di Cristo, quindi per l'ALTRO, nel quale solamente il suo io, la sua persona, la sua libertà trovano adempimento nella donazione, nell'obbedienza e nella disponibilità. Se manca questa trascendenza che sola garantisce la "Liberazione", l'uomo resta chiuso in se stesso, annega nel moralismo e nel fariseismo".

Si può non essere d'accordo su un punto così essenziale che riguarda tutta la Chiesa e, quindi, anche la vita religiosa ? Fra Raimondo ha assimilato questa lezione. E lo si comprende maggiormente ora che non è più. Ma non si è fermato qui; il Provinciale Fabello cerca di scoprire l'oltre.

Prima riflessione:"In Dio stesso "Persona" è sempre relazione all'Altro: il Padre è tale solo in quanto genera eternemente il Figlio. Anche Cristo, in quanto uomo, è persona divina unicamente nella sua relazione al Padre.
Seconda riflessione fondamentale: "L'uomo approda alla vera libertà solo quando la libertà divina, l'Amore di Dio infuso nella sua anima, lo Spirito Santo gli dona la comunione con l'assoluta libertà di Dio".
Ne risulta il paradosso mai sufficiente meditato: "L'uomo è tanto più libero quanto più perfettamente obbedisce a Dio e alla sua volontà.
Raimondo, come tutti noi, ha studiato a scuola la tesi di Platone. Secondo il filosofo greco l'uomo diventa migliore nella misura in cui partecipa alla bontà assoluta. Qui avviene il ribaltone: "Il cristiano, invece, sa che questa bontà assoluta è il Dio libero e trino apparso a noi in Cristo e comprende così anche il paradosso secondo cui chi più partecipa alla libertà di Dio è nello stesso tempo il più obbediente e più libero".
L'autore Giussani che non si avvale solo di un consolidato impianto teologico, ma anche dell'esperienza ricca e sapiente di grande educatore, ritiene che sottolineare questo principio metodologico non può fare che bene. A questo punto è interessante andare alla fonte e leggere le indicazioni di "metodo con cui il movimento cerca di ottenere il suo scopo". Egli scrive: "Il principio metodologico che anima l'esperienza di Comunione e Liberazione è l'obbedienza, vale a dire quella dinamica umana che è stata storicamente alle origini dell'esperienza cristiana. "Seguitemi", diceva Gesù a coloro che volevano essere suoi discepoli, ed essi hanno vissuto con lui, camminato con lui, mangiato con lui e ascoltato le sue parole nuove e sconvolgenti.
E' questo un atteggiamento dinamico ed attivo, un'adesione totale, consapevole, ricercata e continuamente ripresa ad un progetto di salvezza per noi, che preesiste a noi stessi.
Il nostro naturalismo istintivo tende a vivere un'aggregazione di fedeli, una comunità, un movimento come un ambito ricco di spunti e di provocazioni che permettano alla nostra personalità di perseguire quegli scopi che via via una socialità può far balenare all più diverse ambizioni e desideri".
Ed ecco il passaggio giustificativo del metodo: "Sottolineare invece questo principio metodologico ha il pregio di riportare una comunità di cristiani al suo valore ultimo che può essere solo quello di mettersi insieme per vivere la memoria di Cristo. Ogni volta che ci si discosta da questo valore ultimo, la "forma" di una aggregazione di cristiani, anche se fossero frati o suore, prevale, prevarica su ciò che dà forma e l'esperienza si svuota diventando appunto formale.
E' la signoria di Dio che siamo chiamati a servire, perché uomini siamo chiamati a diventare. E' a questa obbedienza che si cerca di maturare nella amicizia del nostro movimento".
Giussani rinforza la sua tesi citando una lettera di Pietro da dove emerge che la rigenerazione avviene mediante la Parola (1, 22-24) :"22Ubbidendo alla verità, vi siete purificati e ora potete amarvi sinceramente come fratelli. Amatevi dunque davvero, intensamente: 23perché voi avete ricevuto la nuova vita non da un seme che muore, ma da quel seme immortale che è la parola di Dio, viva ed eterna.
24Così dice la Bibbia:
Tutti sono come erba,
e tutta la loro gloria è come un fiore di campo.
Secca l'erba, appassisce il fiore;
25ma la parola del Signore dura in eterno.
E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunziato."
La riflessione di Giussani si fa ancora più acuta, scava, sgretola le resistenze del cuore di pietra: "Questa obbedienza, che ha senso solo se è obbedienza alla verità, è il punto genetico di ogni conseguenza in ogni aggregazione di cristiani, Perché allora obbedire, o seguire, è come crescere, crescere per penetrazione osmotica della ricchezza che Dio ci ha fatto incontrare e che ci ha commossi, con cui ci ha chiamati, con cui ci ha meravigliati, con cui ci ha fatto rinascere la speranza, "Ripetimi, Signore, la parola con cui ci hai ridato la speranza".

Poi citerà la lettera di Paolo agli Ebrei 5,8: "8pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek."

1995- Fra Raimondo viene rieletto Provinciale. Sempre nello stesso anno, per la Rizzoli esce nuovamente "Alla riceca del volto umano". Questa volta l'introduzione è di Don Giussani e porta la data del 22 febbraio. L'autore descrive la confusione che regna dietro la fragile maschera del nostro io. A provocarlo, in parte, è un influsso esterno alla persona, quello che il vangelo chiama "il mondo", nemico del formarsi stabile, dignitoso e consistente di una personalità. Riporta un'affermazione di Giovanni Paolo I: "Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell'evento di Cristo con delle regole". Giussani, che possiede l'ottimismo cristiano, scrive: "Lo Spirito, che è l'energia con cui Dio opera nel mondo, non smette di suscitare in uomini e donne lo stesso identico stupore di Giovanni e Andrea di fronte all'avvenimento cristiano. In luoghi lontani, nelle più sperdute terre, rivive l'avvenimento cristiano - e anche nei luoghi soliti del lavoro e della famiglia, così spesso tragicamente "deserti" d'umanità. Ancora, come e forse più che nell'epoca del grande movimento benedettino, i cristiani comunicano al mondo una positività di esperienza, un impeto di carità che serve a tutto il popolo". Poi la zampata conclusiva: "Ciò accade dove il cristianesimo non è ridotto a "discorso", a "Parola" e al conseguente soggettivismo, ma esiste come esperienza di un avvenimento nel presente. Quel che non esiste come esperienza presenre non esiste: essere contemporanei a CRisto è l'unica condizione perché inizi realmente la conoscenza di Lui come consistenza di tutte le cose (Col 1,17).

Il Provinciale Fra Raimondo sente il bisogno di portare la sua grande famiglia ospedaliera, fatta di religiosi, professionisti laici e di donne e uomini dal volto sfigurato dalla sofferenza, alla scoperta o ri-scoperta dell'avvenimento cristiano. Le riforme istituzionali sono possibili solo se gli uomini sono colti da un grande stupore. Gli scoraggiati, gli avviliti, i depressi, non solo faticano ma rallentano la marcia dell'intera carrovana. Egli non ama tenere discorsi. Lascia ai suoi confratelli sacerdoti di fare buon uso del servizio della Parola. Lui si ritaglia lo spazio che gli appartiene: creare per tutti le condizioni affinché giunga a quanti più possibile di fare nel presente l'esperienza dell'Avvenimento cristiano.

Oggi, più che un tempo, il Priore Provinciale di un Ordine Religioso come quello dei Fatebenefratelli, da un certo punto di vista, assume una responsabilità che è superiore a quella del Priore Generale, chiamato a dare gli "orientamenti generali". Il compito di concretizzarli è demandato al Priore Provinciale con il suo Consiglio, giacchè i contesti socio-politici sono diversi in ogni Stato dove i religiosi operano.

Egli, dunque, conosce la realtà che lo circonda e non si fa illusioni: non bastano le riunioni, le tavole rotonde, il viaggi, le pubblicazioni. Dalla tradizione ha sempre ha sentito dire che l'esempio trascina. Realisticamente crede nel miracolo del "contagio". E lo provoca. Il tentativivo che pone in atto con Don Giussani è di immettere nel circuito surriscaldato, l'olio lubrificante: è l'energia nuove di donne e uomini "appassionati" di Cristo e del Vangelo ma anche validi professionisti. Entrambi credono che il portare una ventata di freschezza giovanile, di ardore missionario in contesti stagnanti, la partecipazione ai nuovi carismi che lo Spirito suscita nei Movimenti che si moltiplicano, possa rinverdire l'albero secolare che patisce per la siccità.

Oggi tanti si chiedono: era opportuno, necessario? Non so a quali altre alternative avrebbe potuto aggrapparsi. Egli, non avendo la stoffa del "fondatore", non ha pensato di assumersi l'iniziativa di dare vita alla creazione di un movimento Juandiano laicale con il medesimo DNA dell'Ordine, come è, ad esempio, nei movimenti francescani. Stimola certamente i collaboratori laici a partecipare attivamente allo spirito dell' istituzione, incoraggia le iniziative locali ma si rende anche conto dei limi e delle difficoltà reali di attuazione che s' incontrano nell'applicare le sollecitazioni del Capitolo Generale sulla promozione dei laici. Chi non lo sa che nella nostra Penisola essi faticano a trovare il loro spazio anche nella Chiesa locale che, a sua volta denuncia la scarsa partecipazione e l'arretratezza culturale in campo biblico-teologico? Nulla s'improvvisa; tutto richiede tempi di maturazione.

"Anche il Giussani è realista: "Andare a Cristo per avere la vita non è costruire ragionamenti, ma seguirlo attraverso ciò con cui egli ci chiama...

Cercare di fare da sé, tentare di convocare le proposte di Dio al tribunale dei propri criteri sarebbe la vanità più grossa: sarebbe il peccato di Lucifero, che pretese il significato della sua persona ds sé...

La vita è una strada e occorre seguire un altro che guida...

Seguire non vuol dire copiare in modo meccanico. Esso è un fenomeno umano, proprio della persona, che quindi richiede l'impegno delle energie più caratterizzanti la personalità, cioè l'intelligenza e la volontà, e che perciò senza un profondo e libero impegno non troverà la sua realizzazione...

Seguire non è un atteggiamento passivo, quasi un agire in stato di suggestione senza sapere quel che si fa...

Seguendo con gli occhi spalancati, con attenzione viva, si capisce e si impara, ciè s'ingrandisce nello spirito...

Seguire non può essere un gesto automatico, un essere trasportati una volta per tuttw, in modo irreversibile, da una corrente, ma è una decisione personale che diventa un gesto continuo della propria libertà...

Seguire è insomma amare, poiché è proprio affermare un altro come se stessi...

Il cammino del Signore è semplice come quello di Giovanni e Andrea, di Simone e Filippo, che hanno cominciato ad andare dietro a Cristo: per curiosità e desiderio. Non c'è altra strada, al fondo, oltre questa curiosità desiderosa destata dal presentimento del vero." Partivano da questi presupposti, i due, convinti che "l'avvenimento cristiano ha come inevitabile conseguenza l'inaugurarsi di un nuovo tipo di "moralità", che avviene secondo la dinamica ben compresa da Romano Guardini: "Nell'esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito".

Mi convinco sempre più: parole così efficaci che circolano in questi giorni di lutto, non possono venire che dal cielo. Le intendo come il "regalo di nozze" che ci fa il nuovo intercessore Fra Raimondo. Sono quelle espressioni che ogni religioso vorrebbe sentir proferire dal suo superiore, condivise in comunita, all'ordine del giorno in ogni Comunità Teraputica. E lui, che conserva la paternita conferitagli, adeguandosi ai tempi, ce le fa pervenire via internet. L'operatore è solo uno strumento: le capta, le digita, le fissa. Perché non vederci il miracolo dela tecnologia moderna a disposizione anche del cielo?

Non potendo moltiplicare le citazioni, mi limiterò a questa: "Ogni obbedienza ad una qualsiasi aggregazione , se non è un ripercorrere e percorrere quella strada per rintracciare ogni più piccolo segnale, se non è ricerca attiva della memoria di Cristo, è assurda e alienante; rende preda comunque di meschine soggezioni alle proprie e altrui piccolezze. Diceva S:Ambrogio: "Quanti padroni finiscono per avere coloro che rifiutano l'unico Signore!" E' la scintilla di questa coscienza che il movimento di Comunione e Liberazione vuole accendere in coloro che si sentono mossi a parteciparvi".

Il teologo Balthasar mette sull'avviso sia CL che le famiglie religiose che i movimenti ecclesiali: "Se il movimento dovesse chiudersi in sé, contento di se stesso e dei suoi successi, si allontanerebbe dal suo programma, perderebbe anche ogni drammaticità che risulta proprio dal continuo, nostalgico sforzo di andare oltre se stesso. Accontentarsi significherebbe essere arrivati, significherebbe riposo; ma questo riposo equivarrebbe alla morte".

Anche questi sono petali di rosa che ci piovono addosso. E' ancora lui, il perenne sconcontento, sempre desideroso di andare oltre se stesso e di portarci anche gli altri, confratelli e collaboratori. Ma questa si chiama "ascesi". Non so se la sua serietà ascensionale è stata recepita e apprezzata. Comunque, se desta ammirazione il Raimondo frate, austero, autorevole ma dialettico, è perché lo si scopre camminare su questa line d'obbedienza. E' la stessa sulla quale si va muovendo anche il prete di Desio. E' su questo binario che matureranno i punti d'incontro e d'intesa tra i due. Il Fabello viene da un'esperienza consolidata. Ma il don Gius è alla ricerca del volto umano.
Il punto in comune è questo: "l'accoglienza e la condivisione sono l'unica modalità di un rapporto umanamente degno, perché solo in esse la persona è esattamente persona, vale a dire rapporto con l'infinito";"E' per questo che nell'accoglienza di un povero e in quella della persona più amata ultimamente deve vivere la stessa gratuità".

Balthasar ci aiuta a carpire il senso. Si tratta di "quella "mortificatio" paolina senza la quale non si dà vera "vivificatio" in Cristo. Poichè il Cristo è il fondamento della creazione (Ap. 9,14) e della redenzione (Col 1,19s) non può esserci per il cristiano una vera tensione tra spiritualità e lavoro culturale. Questo è autentico solo se svolto con lo sguardo rivolto alla Totalità di Cristo in cui converge (Ef 1,10) anche tutto quanto vien fatto sulla terra. Dal canto suo la spiritualità non è avulsa dal mondo, ma consiste nell'autentica sequela di Cristo fin dentro al mondo, fino alla morte in croce".
Balthasar cita Francesco d'Assisi come miglior esempio di unità dei due aspetti .
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Ma avrebbe potuto benissimo citare San Giovanni di Dio o il nostro giovane Pampuri, sul quale, ad un certo momento, si poseranno gli occhi di Giussani: " Proprio lui che ha ricevuto le stigmate può amare autenticamente la creazione di Dio. Nel lavoro culturale del cristiano diviene attuale la sua liberazione, raggiunta tramite la comunione con Dio: la sua obbedienza non è legata alla lettera, ma è mediata dalla sua libertà e quindi dalla sua responsabilità. Dio prende sul serio la libertà umana, in tutta la creazione essa è il dono supremo che può essere concesso alla creatura. Non si deve tuttavia pensare che Dio abbandoni l'uomo nel vuoto; lo accompagna invece costantemente con la sua presenza, di modo che l'uomo, anche quando è impegnato nel lavoro culturale, può e deve rivolgergli costantemente lo sguardo".

Mi chiedo ancora una volta se si i può essere in disaccordo con questa riflessione così critica e che riguarda ognuno da vicino. Da queste considerazioni il ritratto di Fra Raimondo ne esce esaltato e pienamente riabilitate certe sue scelte da tanti non condivise. Che, se, nonostante tutto, alcuni componenti delle due famiglie parlano bene e razzolano male, i padri possono rammaricarsi, soffrire ma non sostituirsi ai figli. Epperò, se si preferisce leggere fatti ed avvenimenti solo in chiave utilitaristica, ossia nei termini di "perdite e profitti", in tal caso, cade tutto il discorso.

L'illustre teologo conclude le sue osservazioni con un augurio che vale per tutti: "E' mia convinzione che il padre di Comunione e Liberazione ha donato al movimento con queste sue cristalline dissertazioni un definitivo radicamento nella sapienza cristiana e quindi anche garanzia della sua autentica fecondità.

Possa egli essere ascoltato, compreso e seguito! Solo in questo caso il movimento, secondo la sua intenzione, potrà divenire un modello di cattolicità in tutto ed evitare quel settario chiudersi in se stessi che sta diventando esiziale per alcuni nuovi movimenti".

A conclusione di queste riflessioni verrebbe spontanea una battuta: "Chi può capire, capisca !"
Non so quanti hanno letto il libro di Don Giussani, edito da PIEMMEReligio, "Il miracolo dell'ospitalità - Conversaioni con le Famiglie dell'accoglienza". La prima edizione è del 2003. Ma il Primo capitolo, "La ragione della carità", riporta l'intervento di monsignor Luigi Giussani intitolato Fondamenti antropologici e metodologici della condivisione, in Accoglienza, volto del gratuito, Atti del Convegno organizzato dall'Associazione Famiglie per l'Accoglienza, Milano 8 Giugno 1985, EDIT Editoriale Italiana, Milano 1985, pp.1-9.

Questa lunga citazione è necessaria sempre per una comparazione di date che vengono a coincidere con un "movimento dello Spirito" in entrambe le direzioni. Così, dire "FABELLO & GIUSSANI due paternità - La visione profetica: comunione dei doni. - Punto di convergenza: l'ospitalità, non è un titolo azzardato perché ci sono buoni e fondanti motivi per ritenere che entrambi non si sono mossi di propria iniziativa.

Don Giussani arriva al "Miracolo dell'ospitalità" quasi condotto per mano dagli avvenimenti sui quali poi si posa la sua riflessione, ricavandone le parole da trasmettere al movimento perché le incarni. Sono circostanze contingenti in cui si vengono a trovare singoli membri che poi si aggregano, convinti che un'amicizia stabile "costituisce un luogo di confronto e di dilatazione della propria umanità che le istituzioni non possono dare".

Egli si accorge dell' evolversi del movimento dal quale, date le premesse, vede sorgere il carisma e moltiplicarsi quasi naturalmente, come una necessità vitale del cuore trasformato dall' Evento Gesù. E' un carisma in divenire che potrebbe benissimo integrarsi con quello dei Fatebenefratelli, i "fratelli ospedalieri" che da sempre privilegiano l'attenzione su alcuni settori della comunità umana: la malattia fisica e psichica. Potrebbe essere il connubio religiosi-laici auspicato dalla Chiesa, dove i primi vivono nella realtà temporale ma come segno escatologico, ed i secondi vivono nella carne a tutto tondo.

Il Fabello si è formato alla scuola di San Giovanni di Dio e all'ospitalità ha persino legato la sua vita con un voto solenne davanti alla Chiesa. Ma non si è fermato lì. Ha respirato l'aria che circola, ha recepito ciò che il prete va sussurrando all'orecchio di tanti giovani: "Il modo per fare crescere la fede è “rischiarla, confrontarla con ciò che accade”… con le circostanze tutte, piccole o grandi; perché la vita è questa trama di circostanze che, assediandoti, ti toccano e ti provocano… perché Cristo è la risposta… è la forma, è il significato del vivere". I presupposti ci sono ed entrambi ci provano perché non temono il rischio ed hanno una comune visione della realtà che trovo ben sintetizzate sulla copertina del volume:

"In una società dove spesso si invoca una diversa qualità della vita, raramente si evidenzia quell'elemento fondamentale che consente alla vita d'essere vissuta: l'ospitalità.

Essa è l'imitazione più grande che l'uomo possa vivere dell'amore stesso che costituisce la vita di Dio: una totalità di disponibilità di fronte ad una totalità di presenza.

Supremo esempio dell'accoglienza è Dio, che ha avuto una tale pietà per l'uomo da diventare uno fra noi e da morire per noi.

L'accoglienza è perciò la realizzazione in sommo grado della carità, vale a dire del riconoscimento di Cristo, di Dio che ci ha amati.

Accogliamo, infatti, perché siamo accolti; amiamo, perché siamo amati.

La parola sopitalità, di cui l'adozione è un concreto sinonimo, è significativamente espressiva di tutto il fenomeno dell'accoglienza: non esiste oggettivamente atto più grande.

Ospitare una persona è implicarla nei confini stessi della propria vita.

A differenza di tutte le altre forme di caritò, l'ospitalità riguarda la persona intera, non un aspetto o un bisogno particolare di essa.

Nel gesto di accoglienza e di ospitalità rivive allora la persona e si rende sensibile l'amore di Cristo all'umano.

Dice san Paolo: "Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degl'angeli senza saperlo" (Ebrei 13,2)

Nell’omelia per il trigesimo della morte, P. Luca Beato lo ha paragonato al Battista: “Fu capace di andare controcorrente. Come il Battista è stato spesso un precursore, anticipando le linee strategiche di ciò che altri avrebbero poi realizzato.” Trovo significativa la convergenza di vedute. Infatti, in altra parte, appunti non ancora in circolazione, a me è parso di vedere in lui alcune sembianze del profeta Elia. Il suo ruolo nell’Ordine, per chi lo ha conosciuto, già intuibile nel Fabello ragazzo, non sarà quel del fondatore. Egli è chiamato a “camminare innanzi con lo spirito di Elia, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo [la Fraternità] ben disposto” (Lc 1,15-17) E cosa dice testualmente il Vangelo? Questo: “molti si rallegreranno. 15Egli infatti sarà grande nei progetti di Dio. Egli non berrà mai vino né bevande inebrianti ma Dio lo colmerà di Spirito Santo fin dalla nascita. 16Questo tuo figlio riporterà molti Israeliti al Signore loro Dio: 17forte e potente come il profeta Elia, verrà prima del Signore, per riconciliare i padri con i figli, per ricondurre i ribelli a pensare come i giusti. Così egli preparerà al Signore un popolo ben disposto.” (Lc 1,15-17)

Cos’è questo “spirito e forza di Elia” ? Ce o spiega Sant’Ambrogio commentando il passo evangelico: “Elia ebbe una grande virtù e grazia: la virtù di convertire gli animi dalla incredulità alla fede, la virtù di una vita mortificata e paziente e lo spirito della profezia”.

Raimondo non si sente profeta, né un dottore della legge o un maestro della Parola, non assume atteggiamenti da convertitore carismatico. E’ uno che sta semplicemente davanti a Jahvé: “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1). Questo è il segreto della sua forza: “Oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo” (1 Re 18,36).

 E’ stato un servitore fedele che conosce i pensieri del Re, che ascolta dalla viva voce i suoi comandi e li esegue prontamente.

Come vive Fra Raimondo la ricerca del Dio solo, lo stare alla sua presenza, il regolarsi soltanto sulla parola del Signore? Come Elia:

· Egli non ha paura di nessuna autorità umana;
· Egli non ha paura del giudizio della gente
· Egli è pieno di zelo per il Signore
· Egli vive la solitudine spirituale, senza temerla

Sono atteggiamenti che andrebbero esplicitati ma già sufficientemente indicativi di una dimenticanza di se stesso, nella povertà di spirito, nella riverenza adorante.
Il 28 gennaio 1996, Fabello povinciale, Giussani al Direttivo Nazionale delle “FAMIGLIE PER L’ACCOGLIENZA” così esordisce: “ In questi tempi mi ha sorpreso il fatto che capisco , a settantatre anni, cose che ho sempre dette: a settantatre anni capisco che le capisco ora”.

Il 22 giugno 1991, in analoga circostanza aveva esordito così: “Quando si diventa vecchi, si diventa saggi e il pensiero di Dio diventa abituale, si capisce che sarebbe inutile fare qualsiasi cosa, se non ci fosse Iddio. Diciamo perciò una preghiera alla Madonna, la prima che ha accolto in sè il “grande diverso”, ha accolto in sé Dio”.

E’ il periodo in cui quel germe timidamente e confusamente sbocciato, quello delle Famiglie per l’accoglienza, di cui non era promotore diretto ma di cui atto nel 1985, va sviluppandosi fino a farsi quercia e dalla sua penna escono parole sull’ospitalità meritevoli di grande attenzione e memorizzazione. Il suo atteggiamento è sempre di grande stupore; non si vede all’altezza, si sente soltanto graziato: “ Ho visto una giovane mamma che imboccava il figlio spastico con un cucchiaio che si perdeva sulla faccia: è divino, è grande come Dio! Per questo io avevo vergogna a vinire da voi”.

Fra Raimondo, l’uomo di Dio per la sua Provincia, scruta gli orizzonti, annusa l’espandersi di un carisma che da San Giovanni di Dio è ormai nella Chiesa e per la Chiesa, proprietà di nessuno, pilotato solo dallo Spirito. Memorizza, fa sue parole che sono care a Don Giussani e rivelatrici del carisma a lui affidato:
· l’amicizia
· la dimora
· l’amore a Cristo
· la memoria
· l’offerta
· il senso del destino
· il compito della vita
· la moralità
· il sacrificio
· il carisma
· la verginità
· il popolo
· la compagnia
· la libertà...

Egli, perfettamente consapevole della situazione dell'Ordine in casa e nel mondo, (vedi 20 servo e profeta - o.donnell ) le condivide perché sono chiavi che possono aprire compatimenti a stagno, sbloccare situazioni arrugginite. Sono sentieri, itinerari, o, meglio, binari sui quali può transitare a velocità sostenuta il treno della sua ospitalità che rischia ritardi storici sulla tabella di marcia. Egli è solo davanti a Dio e con le mani legate ad una realtà mastodontica, una struttura plurisecolare, un apparato istituzionale che, per forza di cose, non può essere che strutturato, radicato, stabile. E' realistico pensare che un ospedale, un centro, non possono avere le ruote, non sono realtà mobili; sono fisse, rigide per natura.

Ma i tempi mutano e le situazioni devono adeguarsi profeticamente al mutamento. Così egli, con lo spirito e il coraggio di Elia, “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1), forte dell’intuizione ispirata che quel movimento agile, dinamico, capace di penetrazione nel tessuto sociale, carismatico e additato dalla Chiesa, sempre più sensibile all’ABBRACCIO DEL DIVERSO, incoraggiato dal fondatore a volare sulle ali dell’ospitalità, prova, come abbiamo detto, a gettare un ponte tra l’Ordine e Comunione e Liberazione. Egli è convinto che, attraverso questo aggancio, il carisma si dinamizzerà, potrà uscire dall’istituzione, sconfinare, dilatarsi, penetrare nel tessuto sociale, coinvolgere il territorio, farsi Chiesa locale che accoglie “ ogni diversità”.

Ora che Fra Raimondo non c’è più, è doveroso tenere in vita la visione profetica e porre attenzione ai segnali che lo Spirito non mancherà di ripetere. Come non rendersi conto che, se Benedetto XVI nella sua enciclica Deus Caritas Est pone all’attenzione della Chiesa universale San Giovanni di Dio, accanto a un San Francesco d’Assisi, è segno che è scoccata l’ora della rinascita. Abbiamo soltanto bisogno di imboccare coraggiosamente sentieri che lo Spirito non cessa di additare a coloro che si pongono nell’atteggiamento di Elia: “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1)

"Non ostacolate l'azione dello Spirito Santo.
Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono". (1Tess 5,19-20)

Quando ho saputo da Fra Raimondo che avrebbe dovuto sottoporsi a trapianto di fegato, mi sono permesso di dirgli: "Ma è proprio necessario? E se ricorressimo a San Riccardo Pampuri ? "

La risposta è stata: "Sarebbe bello. Solo che fra Riccardo non fa miracoli ai frati! ". Mi sembrava strano questo ragionamento perché i miracoli determinanti li ha fatti proprio a Gorizia, "Villa San Giusto" e alla "San Giuseppe" di Milano, grazie ai frati che lo avevano invocato.

Poi l'ho assicurato che, nel giro delle persone di mia conoscenza, compresi alcuni di CL, avrei sollecitato preghiere affinché alla fine si rivelasse inutile l'intervento. E lui di ciò era molto contento.

Poi un giorno, sempre tornando sull'argomento mi ha detto al telefono: "Io san Riccardo lo prego...Ma ho più fiducia in Don Giussani. Anzi: mi piacerebbe tanto che il suo primo miracolo lo facesse a me, a uno dei Fatebenefratelli, perché noi lo abbiamo trattato male. Abbiamo trattato male un santo...Capisci?" Poi naturalmente non è entrato in particolari e non ha fatto nomi, com'era suo solito, per non colpire o anche soltanto sfiorare qualcuno.

In quale modo stiano esattamente le cose non lo so. Nè mi compete indagare. Ma testimoniare, questo sì; posso e devo farlo, in omaggio ad un caro amico, compagno di cordata sulle pareti rocciose dell' hospitalitas.


L'11 Giugno 2007 ho diffuso la mail che mi ha inviato:



"Sono stato inserito in lista d'attesa. Ora resta ancora la possibilità di pregare il Signore (fiduciosi nella intercesione del nostro Medico) perché la mano del chirurgo vada sicura e il pezzo di ricambio sia di buona qualità.

Il Signore vede e provvede.
Saluti e se vuoi collaborare.................

fra raimondo fabello o.h.
IRCCS "Centro San giovanni di Dio-Fatebenefratelli" - Brescia



"Caro Fra Raimondo,

 siamo memori delle parole dell'Apostolo :

Chi tra voi è nel dolore, preghi.
Pregate gli uni per gli altri per essere guariti.
Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza
. (Giacomo 5, 13.16)
Unisciti a noi che ci uniamo ai tuoi confratelli per pregare CON SAN RICCARDO per la tua richiesta di fiducioso abbandono.

Noi preghiamo per lo staff chirurgico che ti prenderà in cura e per il povero donatore per il quale invochiamo che venga compensato con il Regno dei Cieli...
Ma chiediamo, fiduciosi, che il tuo intervento, all'ultimo momento, sia cancellato perché non serve più e che il fegato a te destinato, passi al successivo in lista d'attesa.

Se osiamo chiedere il miracolo è perché non ci appoggiamo ai nostri meriti ma alla fede della Chiesa. Chiediamo che il tuo fegato si rigeneri per la Potenza che viene dall'Alto, cui nulla è impossibile.

Chiediamo che questo "segno" giovi ad aumentare la fede della comunità.
Chiediamo che tu possa ritornare nella Comunità Ecclesiale con rinnovate energie a proclamare le Sue misericordie e a realizzare la tua vocazione di frate-sostegno per chi è nella sofferenza, dopo esserci passato in prima persona ed aver vissuto l'ansia delle interminabili e logoranti attese.

E tu, San Riccardo Pampuri, non dimenticare che stiamo parlando di un tuo confratello. Prega con noi per lui, tu che ormai conosci il "punto debole" di Dio."

San Riccardo Pampuri e don Luigi Giussani


Il miracolo della familiarità di Dio


IL CUORE DI GESÙ

«Sia che l’animo nostro si trovi oppresso dal dolore o dalla delusione, sia che sovrabbondi di santo gaudio, nel Cuore santissimo di Gesù egli trova quello che gli occorre, tutto quello che potrebbe desiderare, la medicina per le sue ferite ed il conforto alle sue pene, la conferma delle sue speranze, la forza per perseverare, il più efficace impulso ad una sempre maggior perfezione e la gioia ineffabile della sensazione viva della figliolanza ed amicizia di Dio e della fraterna unione con Gesù Cristo» san Riccardo Pampuri


di Lorenzo Cappelletti       
La chiesa parrocchiale dei Santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato 
il corpo di san Riccardo Pampuri
La chiesa parrocchiale dei Santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato il corpo di san Riccardo Pampuri
A partire dal 1993 e poi con intensità crescente soprattutto fra il 1995 e il 1996, don Giussani ha fatto riferimento a san Riccardo Pampuri in molte conversazioni pubbliche e private, molte delle quali sono state ormai edite. Ne avevamo già scritto (cfr. n. 9 di 30Giorni del settembre 2006).
 
La nostra intenzione ora è di ripercorrere in forma più sistematica, e proprio grazie ai testi pubblicati, l’evocazione che del santo di Trivolzio, canonizzato da Giovanni Paolo II il 1° novembre 1989, ha fatto don Giussani.

Il primo ricordo pubblicato che ci resta, dal punto di vista cronologico (si riferisce infatti a una conversazione del 6 maggio 1993), trae spunto dall’ironia con la quale chi era stata incaricata di trascrivere le conversazioni con don Giussani – da cui sarebbero nati i “Quasi Tischreden” all’interno della collana dei Libri dello spirito cristiano della Rizzoli – gli assicura che, vista la sua preoccupazione che la sbobinatura fosse «assolutamente integrale», è stato trascritto tutto: «C’è anche la frase finale: “Diciamo un Gloria a san Pampuri”». Al che don Giussani, cogliendo evidentemente in queste ultime parole un’intenzione riduttiva, prende la palla al balzo:
 
«Ma scusate», dice, «la devozione ai santi ha un significato speciale per il fatto che essi sono contemporanei: ci richiamano che il mistero di Cristo è presente a noi. E la vita di san Pampuri è impressionante nella sua semplicità assoluta, come quella di un contadino, di un medico di campagna che nessuno conosceva, eccetto che per la bontà con cui trattava gli ammalati. E poi se n’è andato in convento, dove non è stato riconosciuto per quello che era, ed è morto dopo tre anni così. Ma questo è il miracolo più grande di questi decenni che io conosca, perché il miracolo è il dimostrarsi della potenza con cui Iddio “mena per il naso” tutti, facendo cose grandi senza il concorso di nessuno! Perciò guardatevi dal prendere in giro i nomi dei santi e invece siatene devoti. La prima devozione deve essere ai santi contemporanei nostri. Se la Chiesa fa santo Riccardo Pampuri adesso o fa santo Giuseppe Moscati adesso è perché, attraverso di essi, vuole insegnare quello che è importante per la Chiesa oggi» (L’attrattiva Gesù, Bur, pp. 11-12). 

Lungi da noi voler interpretare don Giussani, memori del suo fastidio e della sua pazienza, d’altra parte, per questa attitudine diffusa, ma ci sembra di poter dire che già in questo suo primo intervento siano presenti i temi che ritorneranno costantemente nel suo richiamo a san Riccardo Pampuri: la devozione ai santi e la fiducia nella loro intercessione, l’umile fatica quotidiana, la presenza familiare di Dio e la potenza con cui opera miracoli. 

Cominciamo col dire che san Riccardo Pampuri non è mai evocato da don Giussani come il superfluo coronamento di un ragionamento. San Riccardo ritorna sempre a mostrare, con la concreta bontà espressa nel suo lavoro di medico che prosegue nei suoi miracoli, la potenza presente con cui Iddio agisce, “menando per il naso” tutti, o, come don Giussani dice altrove, “giocando tiri furbeschi”: «Dite qualche Gloria a san Pampuri – dobbiam valorizzare i santi che Dio ha creato tra di noi nella nostra epoca e nella nostra terra –.
 
Bisogna invocarlo: un Gloria a san Pampuri tutti i giorni. Specialmente dopo l’ultimo miracolo che ha fatto. La parente di una nostra amica di Coazzano si ammala gravissimamente al midollo spinale: trapianto o autotrapianto, una delle cose più gravi che ci sia. E Laura dice a questa sua compagna: “Facciamo un pellegrinaggio qui vicino, da san Pampuri”.
 
Notate che ha scelto san Pampuri perché era più vicino, e questo non dà nessuno scandalo: se fosse stata più vicina la Madonna di Caravaggio, sarebbero andate a Caravaggio. E vanno là, prendono la figura del santo e Laura dice all’altra, Cristina: “Noi abbiam bisogno del concreto, perciò fa toccare dall’immagine i vestiti di san Pampuri”. E quella con l’immagine tocca il cappello della sua divisa della banda musicale.
 
Vanno in ospedale e la danno alla donna. Mentre è lì ancora che legge la preghiera, arriva il medico con l’esito dell’ultimo esame: “Devo aver sbagliato”, dice stralunato, “rifacciamo l’esame”. Dopo mezz’ora arrivano i risultati: come quelli di prima! Allora il medico dice: “Guardate, avete il diritto di parlare pure di miracolo. Lei vada a casa”. “Come?”.Lei vada a casa, è guarita!”. Non duemila anni fa per la vedova di Nain, ma adesso. Sotto tutto questo si cela lo svolgimento del tiro più “furbesco” che Dio fa all’uomo.
 
Col passar del tempo, coll’esperienza che si moltiplica o matura, si sviluppa, diventa più evidente – dapprima non ci si accorge! – che uno è veramente dentro questa descrizione di miracolo molto più che nei sentimenti che aveva prima di sé stesso, o nei sentimenti in cui si formano i film o i romanzi» (dalla conversazione del 19 gennaio 1995 riportata in «Tu» (o dell’amicizia), Bur, pp. 287-288). Quest’ultima fondamentale osservazione, che bisogna cioè concepire la propria esistenza come definita da ciò che opera il Signore, accompagnerà costantemente, come vedremo, l’evocazione dei miracoli di san Riccardo.
San Riccardo Pampuri
San Riccardo Pampuri
Negli stessi primi mesi del 1995, ancora sotto l’impressione di quella guarigione, il riferimento a san Riccardo Pampuri lo ritroviamo al termine di un dialogo con la comunità degli universitari di Medicina della Statale di Milano. Proprio per la fedele trascrizione che ne è fatta (in Avvenimento di libertà, Marietti, pp. 61-85), quel dialogo rivela quanto sia stato faticoso e mostra quanto poco le parole – anche le più vere, e dette con la vivacità e la pazienza con cui don Giussani era capace di valorizzare ogni frammento di autenticità – abbiano potuto far breccia. Cosicché il riferimento alla guarigione di cui sopra attribuita a san Riccardo, unitamente all’ancor più clamoroso risanamento di una gamba che toccò nel 1875 in Belgio a Pietro De Rudder per l’invocazione della Vergine di Lourdes, sembra intervenga quasi come un’invocazione fatta da don Giussani stesso perché la potenza del miracolo possa attraversare lo spessore di formalismo altrimenti invincibile.
 
D’altronde, è dello stesso febbraio del 1995 quella frase di don Giussani tante volte citata e sempre più attuale:
     «Noi siamo in un tale degrado universale che non esiste più niente di ricettivo del cristianesimo se non la bruta realtà creaturale. Perciò è il momento degli inizi del cristianesimo, è il momento in cui il cristianesimo sorge, è il momento della resurrezione del cristianesimo. E la resurrezione del cristianesimo ha un grande unico strumento. Che cosa? Il miracolo. È il tempo del miracolo. Bisogna dire alla gente di invocare i santi perché sono fatti per questo».

Posto ancora di fronte agli universitari per gli Esercizi spirituali del dicembre 1995, don Giussani evoca di nuovo la figura di san Riccardo Pampuri. Essa fa da ponte fra quelle gigantesche di san Paolo e di Madre Teresa. Nella sua esposizione, don Giussani da una parte rileva come «la misura dei nostri desideri di uomini» trovi corrispondenza anche nella figura semplice «di questo giovanissimo e silenzioso medico della mutua». E dall’altra ricorda i suoi miracoli, di cui gli arrivano così frequenti notizie, proprio per far avvertire, a giovani ovviamente immersi in un clima dominante di diverso sentire, quanto Dio si sia reso familiare all’uomo. «Dio entra nella fattispecie breve, quasi impercettibile, tanto è piccola, di ciò che ci accade. Dio si è reso familiare all’uomo.

Che Dio sia diventato un uomo, Gesù Cristo, vuol dire che Dio si è reso familiare all’uomo; il suo modo di rapportarsi alla mia vita, a quel desiderio di felicità che creandomi mi ha dato, si esprime in una familiarità sperimentabile: io vengo condotto, illuminato, sostenuto, richiamato, perdonato, sono oggetto di misericordia, abbracciato come da un padre e da una madre, come da una sposa o da uno sposo, come un amico abbraccia l’amico del cuore.

Il rapporto dell’uomo con Dio è il contrario di quello che tutta la mentalità moderna immagina: grandi lavori e grandi schemi per operazioni di scandaglio stellari, tentativi di ricognizione nei bassifondi (o altifondi) dell’essere. No! Tu sei mio padre! Disse Gesù: “Amico, con un bacio mi tradisci!”.

Oppure strinse il bambino al proprio grembo e disse: “Guai a chi torce un capello al più piccolo di questi bambini, guai a chi dà loro scandalo”, ché nessuno ha riguardo per i bambini. Dio si è reso familiare. Il miracolo è un metodo familiare di rapporto quotidiano di Dio con noi – il miracolo nel suo senso più personale, privato, o nel suo senso più pubblico e grandioso. Perché è tutto eccezionale il nostro rapporto con Dio.

Se Egli è il creatore lo è di ogni istante: in ogni istante mi costruisce, sono fatto di Lui. Perciò che questo appaia, che tenda ad apparire familiarmente – come il gesto d’amore della madre tende ad essere realizzato ogni giorno tante volte: uno sguardo, una carezza, un bacio, un “ciao” –, questo è il metodo di rapporto di Dio con noi» (in Litterae communionis-Tracce, n. 1, gennaio 1996, p. X).

Questa stessa idea, chiamiamola così, sit venia verbo, della sollecitudine premurosa con cui Dio continua a farsi presente attraverso il cambiamento che Egli opera, ritorna nel breve accenno a san Pampuri in Si può (veramente?!) vivere così? (un libro sempre della Bur dell’agosto 1996 che riporta però dialoghi dei due anni precedenti). «Cristo è presente, talmente presente che opera il cambiamento di una cosa presente – che è lei [la persona a cui don Giussani si rivolge in quel momento] – e perciò la memoria è riconoscere, come presente in un cambiamento, Cristo, che è incominciato duemila anni fa, ma rimane fino alla fine dei secoli. Anzi specifica: “Io sarò con voi tutti i giorni” – e pensando a san Pampuri che in questi ultimi mesi quasi tutte le settimane ci ha fatto miracoli, uno capisce che è proprio così –, “Io sarò con voi, tutti i giorni, fino alla fine dei secoli”» (p. 122).
Don Luigi Giussani
Don Luigi Giussani
In un incontro della fine di gennaio 1996, con il Direttivo dell’Associazione Famiglie per l’accoglienza, don Giussani, proprio in quanto fondate entrambe sul cambiamento che Dio opera, identifica ora l’idea di miracolo con quella di testimonianza, innanzitutto in riferimento agli apostoli, e poi a san Riccardo.
 
«Il metodo che hanno usato per arrivare ai confini della terra – come aveva detto loro Gesù – è stato la testimonianza. Cosa vuol dire testimonianza? La testimonianza è una realtà umana nel senso totale e banale del termine – qualcosa che si vede, si ode, si tocca – contenuto di un’esperienza normale, ma che veicola, porta dentro di sé qualcosa che non è più normale […].
 
Questa eccezionalità in un comportamento normale coincide con quello che cristianamente si chiama miracolo. Il miracolo è una cosa che nei suoi aspetti immediati può essere normalissima, eppure ha dentro qualche cosa che mi richiama per forza a Dio. […] Gli avvenimenti di san Pampuri sono, per esempio, una grazia eccezionale. Ma di che grazia si tratta? Della grazia di Dio che ci costringe a capire che Lui è familiare! Perciò il miracolo non è una cosa strana: è una cosa normale! E non c’è niente che possa farci sentire investiti da un sentimento originalmente e tendenzialmente unitario, niente che possa farci sentire fratelli, fraternamente, come il fatto di questo Mistero che è tra noi, che, come tale, porta tra noi ogni giorno una sovrabbondante testimonianza di Sé, un sovrabbondante conforto di miracolo.
 
[…] San Pampuri è simile a pochi nella sua umiltà! Sì, perché, cosa faceva? Con grande meraviglia degli ammalati della clinica San Giuseppe, dava lui, medico, il “pappagallo” all’ammalato, al quale non ricordava di darlo neanche l’infermiere. Tutti erano colpiti da un medico che era più bravo, più buono, più umile, più servizievole di un infermiere».

L’evocazione di san Riccardo ritorna ancora alla fine degli Esercizi della Fraternità di Comunione e liberazione, la domenica 5 maggio del 1996. Il leitmotiv degli Esercizi era stata l’amicizia, di cui le parole conclusive di don Giussani lamentano drammaticamente la mancanza: «L’amicizia non è proprio tra noi: possiamo essere compagni, compagni “feroci”, nel senso di attaccatissimi, ma non amici. Speriamo che quest’anno avanzi la vostra conoscenza: dobbiamo conoscere bene cosa vuol dire “amicizia”: ieri e oggi sono stati il primo accenno.
 
Che il nostro amico nuovo, san Riccardo Pampuri (dico “amico nostro nuovo” perché è invocato da tanti fra noi, e a tantissimi fra noi ha fatto miracoli nel senso vero della parola – ne conosco anch’io a centinaia! –; ma il Signore ce l’ha mandato sulla nostra strada perché ci sia amico in questi tempi tristi), ci sostenga nel nostro cammino» (Supplemento a Litterae communionis-Tracce, n. 7, luglio/agosto 1996, p. 54).

Naturalmente è presente, nella devozione a san Riccardo, anche questo aspetto, così consono anch’esso a don Giussani, di prossimità territoriale (si percepisce che don Giussani era felice che «l’amico nostro nuovo» mandato dal Signore «sulla nostra strada perché ci sia amico in questi tempi tristi» fosse proprio un santo medico/contadino lombardo).
 
Una prossimità rafforzata dalla sofferenza che, negli anni della sua malattia – ci sia permesso questo volo –, era diventata l’espressione manifesta di quella ferita del cuore di cui parla la preghiera di padre Grandmaison, da lui più volte citata, ferita che ora in cielo confidiamo si sia finalmente rimarginata. «San Riccardo Pampuri è nato nella nostra campagna, figlio della terra lombarda e della sua concretezza, nascosto agli occhi del mondo prima negli anni della sua formazione, poi in quelli del suo lavoro come medico condotto, infine tra i Fatebenefratelli, nella cui congregazione ha trovato la forma definitiva della sua vocazione battesimale alla santità.
 
[…] Ci sia egli intercessore di tante grazie e ci ottenga il dono di un cuore come il suo “tormentato dalla gloria di Cristo, ferito dal suo amore, con una piaga che non si rimargini se non in cielo”» (dalla prefazione al libro di Laura Cioni, Il santo semplice. Vita di san Riccardo Pampuri, Marietti, p. 7).

Riccardo Pampuri, il dottor carità - A. Montonati

Il Dr. Erminio Pampuri medico chirurgo
San Riccardo  152 x 257 pixelMontonati A.

Il dottor carità
Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli
Ed. Fatebenefratelli, Milano 1989
Beatificato da Giovanni Paolo II il 4 ottobre 1981, Riccardo Pampuri è stato proclamato santo dallo stesso Pontefice il primo novembre 1989.
La sua breve esistenza, fin dagli anni della fanciullezza, è sempre orientata verso la santità, in un cammino caratterizzato non certo da
avvenimenti straordinari, ma da intensa spiritualità, profonda e serena umiltà, infaticabile dedizione apostolica e instancabile spirito di servizio. Per lui l'essere medico non è mai uno strumento per la ricerca di ricchezza, potere o prestigio, ma un modo per vivere ogni giorno la carità verso i malati ed i bisognosi con professionalità unita a grande umanità, ad estrema disponibilità e a straordinaria generosità.
Fin da giovanissimo coltiva l'aspirazione a dedicarsi alla vita religiosa, aspirazione che riesce a realizzare solo negli ultimi anni della vita nell'Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli. Tuttavia, la sua intera esistenza è pervasa dal primato dello spirituale, che infonde alla feriale semplicità del suo essere e del suo agire da cristiano una forte credibilità e incisività.
Gli anni della formazione
Erminio Filippo (prenderà il nome di Riccardo da religioso dei Fatebenefratelli) Pampuri, penultimo di undici figli, nasce da Innocenzo Pampuri e da Angela Campari a Trivolzio, non lontano da Pavia il 2 agosto 1897.
L'ambiente familiare è certamente importante nella sua formazione cristiana. Della mamma tutti dicono che è «Angela di nome e di fatto». Del padre le biografie non forniscono molti particolari, se non che è dedito all'alcol e che, di conseguenza, a volte maltratta la moglie. Ben presto però Erminio Filippo rimane orfano della mamma, stroncata a 44 anni dalla tubercolosi; qualche anno più tardi perde anche il padre. Dopo la morte della mamma Erminio Filippo viene accolto a Torrino nella casa del nonno materno, Giovanni Campari. Nella stessa casa vivono, entrambi non sposati, la zia Maria, che gli farà da mamma e da guida nella fede cristiana, e lo zio medico Carlo, un credente tutto d'un pezzo come il nonno Giovanni. Accanto a loro ci sono i prozii Pietro e Carlo e la fedele domestica Caterina Bersan.
Pampuri riceve specialmente dagli zii Carlo e Maria una profonda educazione cristiana e, fin da ragazzo, vive la propria fede in modo
esemplare.
Allontanarsi da Torrino gli costa sacrificio e gli provoca disagio allorché è costretto a trasferirsi a Milano, in casa del fratello maggiore Ferdinando, per frequentare il ginnasio. Gli zii colgono le sue difficoltà e lo sistemano nel collegio Sant'Agostino di Pavia, più vicino a loro. Nel ricordo dei suoi compagni Erminio Filippo è così descritto: «...normale, dominatore di sé stesso e quindi anche degli altri. Non è stato mai possibile con lui avere una rivincita o fare una baruffa. Quando aveva giudicato di aver finito il necessario con noi, sapeva ritirarsi o per pregare o per studiare. Conservava il gusto per le cose semplici e fra tutte egli amava trattenersi coi compagni più timidi e con quelli di condizioni modeste...».
Mentre si dedica con assiduità agli studi, impegna il tempo libero in parrocchia dedicandosi alla catechesi, all'attività missionaria, all'animazione culturale e alle opere di carità. Fin da ragazzo collabora strettamente col parroco e con quest'ultimo fonda a Morimondo un Circolo della Gioventù di Azione Cattolica, di cui è anche il primo presidente. In quegli anni fonda anche un Circolo intitolato a Don Bosco.
Lo zio Carlo, medico stimato, lo avvia alla sua stessa professione e così nel 1915 Pampuri si iscrive alla facoltà di medicina presso l'Università degli Studi di Pavia, anche se, come confida alla sorella suor Longina Maria missionaria in Egitto, avrebbe voluto farsi prete o religioso.
A Pavia il giovane Pampuri sta in pensione presso la casa di una signora amica di famiglia. Nel periodo degli studi universitari frequenta la Conferenza di San Vincenzo de' Paoli e il Circolo Universitario «Severino Boezio» fondato nel 1898 dal vescovo mons. A. Riboldi per la formazione spirituale e morale dei giovani universitari.
Il primo aprile 1917 è arruolato nell'esercito e, in quanto studente di medicina, è assegnato all'86 Sezione di Sanità e mandato in zona di guerra col grado di caporale. In una lettera inviata il primo settembre 1917 alla sorella suora Pampuri descrive la sua profonda sofferenza interiore per il triste spettacolo delle atrocità belliche:«Da due settimane faccio servizio in un ospedaletto da campo, in sala di medicazione. Quale scempio della povera carne umana, che ferite, che squarci, quante membra fracassate! Speriamo che per la misericordia divina questo flagello abbia a terminare molto presto!».
«Ebbe sempre grande carità - sono parole di un commilitone - verso i soldati infermi e particolarmente verso i più gravi. Era pronto a confortarli nei loro mali e specialmente nel far ricevere loro i santi sacramenti quando erano gravi. Si compiaceva di radunare i semplici soldati per far loro un po' di morale e la sua assennata parola era sempre tenuta in grande considerazione». Nel suo corredo militare non mancano il Vangelo, le Lettere di S. Paolo e l'Imitazione di Cristo.
In guerra Pampuri si merita anche una medaglia di bronzo perché il 24 ottobre 1917, per impedire che il materiale sanitario dell'ospedaletto della sua compagnia vada perduto, essendosi i suoi commilitoni ritirati, carica tutto su un carro trainato da una mucca e, da solo, sfidando il fuoco dell'artiglieria austriaca, cammina nel fango per 24 ore, riuscendo in fine a raggiungere i compagni che ormai lo davano per disperso. Quella eroica marcia sotto la pioggia gli costa però una pleurite, che minerà in modo grave la sua salute. In seguito rifiuterà la pensione di guerra con la motivazione di avere già lo stipendio da medico condotto.
Terminata la guerra, riprende gli studi universitari non senza attraversare qualche momento di crisi, come testimoniano alcune sue confidenze espresse in una lettera alla sorella suor Longina un anno prima della laurea:«...in questo anno, che dovrebbe essere l'ultimo dei miei studi ed il primo della mia vita professionale, prega molto, affinché io possa attingere tanta forza dalla nostra Fede, così bella e così santa, da poter finalmente uscire da una vita di sterili desideri e di vane aspirazioni per cominciarne una veramente feconda di opere che, rendendo a Dio la dovuta lode e ringraziamento, abbia a farmi più lieto e più felice nella pace serena della Sua santa amicizia...».
Nel 1921 consegue a pieni voti la laurea in medicina e chirurgia con una tesi su «La determinazione della pressione arteriosa con un nuovo sfigmomanometro». Qualche mese prima della laurea si fa Terziario francescano, continuando a nutrire una speciale attrazione per la vita religiosa, come si evince da quanto egli scrive alla sorella suor Longina: «...Ora sono divenuto un po' tuo fratello anche nell'ordine spirituale, poiché, quantunque indegno, nella speranza di diventare un po' migliore mi sono messo io pure sotto la protezione del Serafico padre francescano, iscrivendomi nel suo terz'ordine».
La carità nella professione medica
Conseguita la laurea, dopo un breve tirocinio presso lo zio Carlo e una breve supplenza nella condotta medica di Vernate, ottiene la condotta di Morimondo, un paese a circa 27 chilometri da Milano e a 15 chilometri da Torrino, il paese degli zii. Lì esercita la professione medica dal 1921 al 1927, conquistandosi l'ammirazione, la stima e l'affetto di tutti per l'infaticabile disponibilità, la grande generosità, la non comune spiritualità e le eccezionali doti di umanità. Sempre discreto, paziente, cordiale, è sempre disponibile, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Scrive Gornati:«Vi era lì l'abitudine di ricorrere al medico preferibilmente di notte, ed a volte siffatte chiamate s'incrociavano in modo da occuparlo fino al mattino. Tornando poi a casa non era raro che trovasse in cortile una o due carrozzelle con persone che l'attendevano per accompagnarlo presso altri infermi. "Ma dottore -- osservava colui che gli slegava il suo cavallo -- riposi un po'; lei ancora non ha chiuso un occhio!". "E così? -- rispondeva il dottore -- importante è badare alla vita dell'ammalato". E sceso dalla sua carrozzella, saliva immediatamente sull'altra e via».
Tutte le volte che ha a che fare con malati bisognosi accanto alla ricetta mette di nascosto i soldi necessari per l'acquisto delle medicine. Alla domanda di quale sia il suo onorario risponde: «...domani, domani...». Spesso si reca egli stesso a comprare i farmaci; oltre al denaro, dona agli infermi alimenti, indumenti e coperte. Quel che resta del suo stipendio lo dona alle missioni. Capita che a metà mese egli rimanga senza una lira. Talvolta torna a casa con scarpe rotte e scalcagnate che ha preso da qualche povero in cambio delle sue. «Io viaggio sul biroccio -- è il suo commento scherzoso a chi gli chiede spiegazioni -- gli altri vanno a piedi, di suole ne consumano più di me...».
Ha testimoniato Giuseppina Pedretti che abitava proprio sotto il suo appartamento a Morimondo: «...era un'istituzione di carità, più che un medico. Ci siamo immediatamente accorti che era diverso dagli altri».
Quando ha a che fare con pazienti per i quali la medicina può poco, sollecita il malato e i familiari alla chiamata del sacerdote. Egli per primo usa inginocchiarsi accanto al capezzale dei morenti invitando i presenti a pregare. Insieme alla borsa con la consueta attrezzatura medica porta sempre con sé la corona del rosario, che usa recitare ogni giorno con fervore, mentre va a piedi o in bicicletta o col calessino. La gente del paese rimane ammirata, non solo dalla sua estrema generosità, ma anche dalla grandissima devozione con cui prega e con cui quotidianamente partecipa alla celebrazione eucaristica.
Nel tempo libero si dedica alla preghiera, allo studio e all'apostolato. Lavora moltissimo in parrocchia come catechista, preparatore dei piccoli alla prima comunione, conferenziere. Organizza, inoltre, turni di esercizi spirituali presso la «Villa del Sacro Cuore» dei Padri Gesuiti in Triuggio per i giovani del Circolo, per i lavoratori della campagna e per gli operai. Vi invita pure colleghi ed amici ed interviene personalmente nel sostenere le spese.
Troviamo quello che si potrebbe definire il suo programma nell'esercizio della professione medica in una lettera scritta alla sorella
suora:
«Prega affinché la superbia, l'egoismo o qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere Gesù sofferente nei miei ammalati. Lui curare, Lui confortare...Con questo pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparire l'esercizio della professione!».
Ha detto di lui il nipote Alessandro, anch'egli medico: «Zio Erminio era qualcosa di più che un medico; lo vedevo persino lavare i piedi dei pazienti anziani, medicarli con estrema cura e trattarli sempre con grande umiltà».
Alla sua salute pensa poco preoccupato com'è di donarsi senza limiti agli altri. Inizia la sua giornata di buon mattino e, dopo avere partecipato alla messa, inizia il giro della condotta. Al ritorno, verso mezzogiorno, prima del pranzo si ferma in preghiera davanti al tabernacolo. Nel pomeriggio, dopo aver dedicato circa un'ora allo studio o alla lettura, riprende le visite. Alla sera torna in chiesa per pregare, recitare il rosario e assistere alla benedizione eucaristica. Dopo cena ci sono spesso le adunanze dei gruppi giovanili o le prove della banda musicale; altrimenti si immerge nella lettura di libri di medicina o di spiritualità. Legge spesso i quaderni della Civiltà Cattolica e l'Osservatore Romano ed alimenta la sua vita spirituale specie con la lettura del Vangelo, dell'Imitazione di Cristo e dell'Ufficio della Beata Vergine.
La vocazione religiosa
Nel periodo in cui è medico condotto a Morimondo matura la vocazione religiosa che Pampuri ha nutrito fin dalla fanciullezza. Cerca di entrare nei Francescani e nei Gesuiti, ma riceve risposta negativa per le sue insoddisfacenti condizioni di salute. Di fronte alle sue insistenze, gli viene consigliato di entrare nei Fatebenefratelli, dove, oltre tutto, potrà mettere a servizio degli infermi la sua competenza professionale. Nel 1927, nell'aprirgli le porte Fra Zaccaria Castelletti, allora Superiore della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli, pronuncia una frase che ben presto suonerà profetica: «...dovesse rimanere anche un solo giorno membro effettivo dell'Ordine nostro, sia egli il benvenuto. In cielo sarà per noi un Angelo di protezione».
Pampuri accetta di buon grado di entrare nell'Ordine ospedaliero fondato da san Giovanni di Dio e decide di fare una breve prova della vita comunitaria nella casa dei Fatebenefratelli a Solbiate Comasco. Dopo il periodo di noviziato, il 24 ottobre 1928 entra nell'Ordine dei Fatebenefratelli e chiede ai superiori di potersi chiamare Riccardo in segno di gratitudine nei confronti del sacerdote suo consigliere don Riccardo Beretta. La notizia fa scalpore, tanto che persino sul «Corriere della Sera», a firma di Giovanni Cenzato, compare un articolo intitolato «Un medico che si fa frate».
Entrato nella comunità religiosa a Brescia, riceve il compito di istruire i giovani confratelli che devono conseguire il diploma infermieristico. Gli viene anche affidata la responsabilità dell'ambulatorio dentistico annesso all'ospedale S. Orsola. La sua vita da religioso è spesa senza risparmio a servizio degli infermi e vissuta all'insegna della semplicità, della modestia, della riservatezza, dell'austerità e dell'umiltà. Fra Riccardo sceglie per sé i compiti più umili, non disdegnando i lavori che qualche confratello rifugge per ripugnanza o per malavoglia.
Dice di lui il Priore di allora, padre Gabriele Monfrini:«Era sempre il primo e l'ultimo; primo nella diligenza, anzi scrupolosità con cui adempiva i doveri del religioso ospedaliero, assistendo anche e supplendo i medici sia nella cura dei malati che in sala operatoria. Sempre l'ultimo perché, sebbene laureato e come tale avrebbe potuto esimersi da certi uffici umili e bassi, cercava... di essere in tutto e per tutto al servizio degli infermi».
Conferma don Cesare Gnocchi, compagno di noviziato di fra Riccardo:
«Quando si accorgeva che qualche confratello sfuggiva a lavori che destavano ripugnanza o comunque capiva che li facevano di malavoglia, egli correva in aiuto o li faceva direttamente. All'occasione, poi, diventando rosso in viso, con tutta carità ci diceva: «Sono le piccole umiliazioni, sono le cose che ripugnano che dobbiamo cercare noi religiosi: se non facciamo queste cose, quando esercitiamo un po' di umiltà? Le fanno i borghesi queste cose, tanto più le dobbiamo fare noi!...». Durante il lavoro, egli pregava con salmi e giaculatorie...».
A Brescia il suo ambulatorio dentistico è frequentatissimo da gente di ogni età, ceto sociale e credo religioso e tutti sono conquistati da quel frate sempre sorridente e disponibile, che tratta tutti con garbo e con la massima carità.
In una lettera alla sorella suor Longina, scritta un anno prima della morte, Fra Riccardo tratteggia il programma della sua vita religiosa:
«Abbi grandi desideri, cioè desiderio di grande santità, di fare opere grandi; mira sempre più in alto che puoi per riuscire a colpire giusto; ma poiché non sempre sarai chiamato ad azioni gloriose, fa anche le cose piccole, minime, con grande amore... far sempre la volontà del Signore nell'esatto compimento dei propri doveri e in una lotta perseverante... questo dovrebbe essere il mio programma».
Nel 1929 presenta un episodio di emottisi causato dalla riaccensione della tubercolosi polmonare contratta in guerra. Un soggiorno di alcune settimane nella casa di cura dei Fatebenefratelli a Gorizia procura un temporaneo miglioramento delle sue condizioni di salute, tanto che egli torna alla sua attività medica presso l'ambulatorio odontoiatrico di Brescia. Qualche mese più tardi, però, presenta un nuovo e più grave episodio di emottisi e le sue condizioni cliniche peggiorano. Gli viene allora consentito di trascorrere un mese di convalescenza a Torrino, a casa degli zii, ma senza risultato. Il 18 aprile 1930 si ricovera nell'ospedale «San Giuseppe» di Milano in preda a febbre elevata. Nei giorni successivi si verifica un ulteriore aggravamento della sua malattia che lo porterà a morte il primo maggio dello stesso anno, mentre stringe nelle mani il suo crocifisso.
La salma di fra Riccardo rimane nel cimitero di Trivolzio fino al 16 maggio del 1951, quando viene traslata in una cappella della chiesa parrocchiale, a lato del fonte battesimale presso il quale egli era stato battezzato. A beatificazione avvenuta le sue spoglie mortali vengono spostate nella cappella di Sant'Antonio della stessa chiesa. Il 29 gennaio 1997, in occasione del centenario dalla nascita, il corpo di San Riccardo, dopo la ricognizione, è stato collocato in un'urna di cristallo per facilitare la devozione dei fedeli. A Trivolzio, suo paese natale, è stata inaugurata nel 1993 una residenza protetta per anziani non autosufficienti a lui intitolata, realizzata per volere dei suoi concittadini e della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli.
Annotazioni conclusive
Anche per Riccardo Pampuri, come per Giuseppe Moscati, si può dire che nella sua esistenza non vi è nulla di «straordinario», nel senso che egli si è fatto santo in modo per nulla clamoroso, ma vivendo fino in fondo l'essere cristiano nella quotidianità. La sua è stata una santità «semplice», maturata in una personalità umile e quasi «invisibile» attraverso l'eroismo quotidiano dell'abbandono fiducioso alla volontà di Dio. «In lui -- ha scritto Giovanno Paolo II -- rifulgono i tratti della spiritualità laicale delineata dal Concilio Ecumenico Vaticano II».
«...La vita breve ma intensa di Fra Riccardo Pampuri -- sono sempre parole del Santo Padre -- è uno sprone per tutto il popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi...

Ai giovani contemporanei egli rivolge l'invito a vivere gioiosamente e coraggiosamente la fede cristiana, in continuo ascolto della Parola di Dio, in generosa coerenza con le esigenze del messaggio di Cristo, nella donazione verso i fratelli.
Ai medici, suoi colleghi, egli rivolge l'appello perché svolgano con impegno la loro delicata arte, animandola con gli ideali cristiani, umani e professionali, perché sia un'autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana.
Ai religiosi e alle religiose, specialmente a quelli e quelle che, nell'umiltà e nel nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie degli ospedali e nelle case di cura, Fra Riccardo raccomanda di vivere lo spirito originario del loro Istituto, nell'amore di Dio e dei fratelli bisognosi».
E importante che, nella sua mirabile e lineare semplicità, l'insegnamento spirituale di questo nuovo santo contemporaneo sia raccolto e tradotto in scelte esistenziali dai suoi ideali destinatari, che sono non un'élite o una ristretta cerchia di persone, ma tutti i battezzati, chiamati allo stesso cammino di santità attraverso la scelta di appartenere totalmente a Cristo in ogni momento della vita.
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