Il Dr. Erminio Pampuri medico chirurgo
Montonati
A.
Il dottor carità
Riccardo Pampuri dei
Fatebenefratelli
Ed. Fatebenefratelli, Milano 1989
Beatificato da Giovanni
Paolo II il 4 ottobre 1981, Riccardo Pampuri è stato proclamato santo dallo
stesso Pontefice il primo novembre 1989.
La sua breve esistenza,
fin dagli anni della fanciullezza, è sempre orientata verso la santità, in un
cammino caratterizzato non certo da
avvenimenti straordinari, ma da intensa
spiritualità, profonda e serena umiltà, infaticabile dedizione apostolica e
instancabile spirito di servizio. Per lui l'essere medico non è mai uno
strumento per la ricerca di ricchezza, potere o prestigio, ma un modo per vivere
ogni giorno la carità verso i malati ed i bisognosi con professionalità unita a
grande umanità, ad estrema disponibilità e a straordinaria
generosità.
Fin da giovanissimo
coltiva l'aspirazione a dedicarsi alla vita religiosa, aspirazione che riesce a
realizzare solo negli ultimi anni della vita nell'Ordine ospedaliero dei
Fatebenefratelli. Tuttavia, la sua intera esistenza è pervasa dal primato dello
spirituale, che infonde alla feriale semplicità del suo essere e del suo agire
da cristiano una forte credibilità e incisività.
Gli anni
della formazione
Erminio Filippo (prenderà il nome
di Riccardo da religioso dei Fatebenefratelli) Pampuri, penultimo di undici
figli, nasce da Innocenzo Pampuri e da Angela Campari a Trivolzio, non lontano
da Pavia il 2 agosto 1897.
L'ambiente familiare è certamente
importante nella sua formazione cristiana. Della mamma tutti dicono che è
«Angela di nome e di fatto». Del padre le biografie non forniscono molti
particolari, se non che è dedito all'alcol e che, di conseguenza, a volte
maltratta la moglie. Ben presto però Erminio Filippo
rimane orfano della mamma, stroncata a 44 anni dalla tubercolosi; qualche anno
più tardi perde anche il padre. Dopo la morte della mamma Erminio Filippo viene
accolto a Torrino nella casa del nonno materno, Giovanni Campari. Nella stessa
casa vivono, entrambi non sposati, la zia Maria, che gli farà da mamma e da
guida nella fede cristiana, e lo zio medico Carlo, un credente tutto d'un pezzo come il
nonno Giovanni. Accanto a loro ci sono i prozii Pietro e Carlo e la fedele
domestica Caterina Bersan.
Pampuri riceve specialmente dagli
zii Carlo e Maria una profonda educazione cristiana e, fin da ragazzo, vive la
propria fede in modo
esemplare. Allontanarsi da Torrino gli costa
sacrificio e gli provoca disagio allorché è costretto a trasferirsi a Milano, in
casa del fratello maggiore Ferdinando, per frequentare il ginnasio. Gli zii
colgono le sue difficoltà e lo sistemano nel collegio Sant'Agostino di Pavia,
più vicino a loro. Nel ricordo dei suoi compagni Erminio Filippo è così
descritto: «...normale, dominatore di sé stesso e quindi anche degli altri. Non
è stato mai possibile con lui avere una rivincita o fare una baruffa. Quando
aveva giudicato di aver finito il necessario con noi, sapeva ritirarsi o per
pregare o per studiare. Conservava il gusto per le cose semplici e fra tutte
egli amava trattenersi coi compagni più timidi e con quelli di condizioni
modeste...».
Mentre si dedica con assiduità agli
studi, impegna il tempo libero in parrocchia dedicandosi alla catechesi,
all'attività missionaria, all'animazione culturale e alle opere di carità.
Fin da
ragazzo collabora strettamente col parroco e con quest'ultimo fonda a Morimondo
un Circolo della Gioventù di Azione Cattolica, di cui è anche il primo
presidente. In quegli anni fonda anche un Circolo intitolato a Don Bosco.
Lo zio Carlo,
medico stimato, lo avvia alla sua stessa professione e così nel 1915 Pampuri si
iscrive alla facoltà di medicina presso l'Università degli Studi di Pavia, anche
se, come confida alla sorella suor Longina Maria missionaria in Egitto, avrebbe
voluto farsi prete o religioso.
A Pavia il giovane Pampuri sta in
pensione presso la casa di una signora amica di famiglia. Nel periodo degli
studi universitari frequenta la Conferenza di San Vincenzo de' Paoli e il
Circolo Universitario «Severino Boezio» fondato nel 1898 dal vescovo mons. A.
Riboldi per la formazione spirituale e morale dei giovani
universitari.
Il primo aprile 1917 è arruolato
nell'esercito e, in quanto studente di medicina, è assegnato all'86 Sezione di
Sanità e mandato in zona di guerra col grado di caporale. In una lettera inviata
il primo settembre 1917 alla sorella suora Pampuri descrive la sua profonda
sofferenza interiore per il triste spettacolo delle atrocità
belliche:«Da due settimane faccio servizio
in un ospedaletto da campo, in sala di medicazione. Quale scempio della povera
carne umana, che ferite, che squarci, quante membra fracassate! Speriamo che per
la misericordia divina questo flagello abbia a terminare molto
presto!».
«Ebbe sempre grande carità - sono
parole di un commilitone - verso i soldati infermi e particolarmente verso i più
gravi. Era pronto a confortarli nei loro mali e specialmente nel far
ricevere loro i santi sacramenti quando erano gravi. Si compiaceva di radunare i
semplici soldati per far loro un po' di morale e la sua assennata parola era
sempre tenuta in grande considerazione». Nel suo corredo
militare non mancano il Vangelo, le Lettere di S. Paolo e l'Imitazione di
Cristo.
In guerra Pampuri si merita anche
una medaglia di bronzo perché il 24 ottobre 1917, per impedire che il materiale
sanitario dell'ospedaletto della sua compagnia vada perduto, essendosi i suoi
commilitoni ritirati, carica tutto su un carro trainato da una mucca e, da solo,
sfidando il fuoco dell'artiglieria austriaca, cammina nel fango per 24 ore,
riuscendo in fine a raggiungere i compagni che ormai lo davano per disperso.
Quella eroica marcia sotto la pioggia gli costa però una pleurite, che minerà in
modo grave la sua salute. In seguito rifiuterà la pensione di guerra con la
motivazione di avere già lo stipendio da medico condotto.
Terminata la guerra, riprende gli
studi universitari non senza attraversare qualche momento di crisi, come
testimoniano alcune sue confidenze espresse in una lettera alla sorella suor
Longina un anno prima della laurea:«...in questo anno, che dovrebbe
essere l'ultimo dei miei studi ed il primo della mia vita professionale,
prega molto, affinché io possa attingere tanta forza dalla nostra Fede, così
bella e così santa, da poter finalmente uscire da una vita di sterili desideri e
di vane aspirazioni per cominciarne una veramente feconda di opere che, rendendo
a Dio la dovuta lode e ringraziamento, abbia a farmi più lieto e più felice
nella pace serena della Sua santa amicizia...».
Nel 1921 consegue a pieni voti la
laurea in medicina e chirurgia con una tesi su «La determinazione della
pressione arteriosa con un nuovo sfigmomanometro». Qualche mese prima della
laurea si fa Terziario francescano, continuando a nutrire una speciale
attrazione per la vita religiosa, come si evince da quanto egli scrive alla
sorella suor Longina: «...Ora sono divenuto un po' tuo
fratello anche nell'ordine spirituale, poiché, quantunque indegno, nella
speranza di diventare un po' migliore mi sono messo io pure sotto la protezione
del Serafico padre francescano, iscrivendomi nel suo
terz'ordine».
La carità nella professione
medica
Conseguita la laurea, dopo un breve
tirocinio presso lo zio Carlo e una breve supplenza nella condotta medica di
Vernate, ottiene la condotta di Morimondo, un paese a circa 27 chilometri da
Milano e a 15 chilometri da Torrino, il paese degli zii. Lì esercita la
professione medica dal 1921 al 1927, conquistandosi l'ammirazione, la stima e
l'affetto di tutti per l'infaticabile disponibilità, la grande generosità, la
non comune spiritualità e le eccezionali doti di umanità. Sempre discreto,
paziente, cordiale, è sempre disponibile, a qualsiasi ora del giorno e della
notte.
Scrive Gornati:«Vi era lì
l'abitudine di ricorrere al medico preferibilmente di notte, ed a volte siffatte
chiamate s'incrociavano in modo da occuparlo fino al mattino. Tornando poi a
casa non era raro che trovasse in cortile una o due carrozzelle con persone che
l'attendevano per accompagnarlo presso altri infermi. "Ma dottore -- osservava
colui che gli slegava il suo cavallo -- riposi un po'; lei ancora non ha chiuso
un occhio!". "E così? -- rispondeva il dottore -- importante è badare alla vita
dell'ammalato". E sceso dalla sua carrozzella, saliva immediatamente sull'altra
e via».
Tutte le volte che ha a che fare
con malati bisognosi accanto alla ricetta mette di nascosto i soldi necessari
per l'acquisto delle medicine. Alla domanda di quale sia il suo onorario
risponde: «...domani, domani...». Spesso si reca egli stesso a comprare i
farmaci; oltre al denaro, dona agli infermi alimenti, indumenti e coperte. Quel
che resta del suo stipendio lo dona alle missioni. Capita che a metà mese egli
rimanga senza una lira. Talvolta torna a casa con scarpe rotte e scalcagnate che
ha preso da qualche povero in cambio delle sue. «Io viaggio sul biroccio -- è il
suo commento scherzoso a chi gli chiede spiegazioni -- gli altri vanno a piedi,
di suole ne consumano più di me...».
Ha testimoniato Giuseppina Pedretti
che abitava proprio sotto il suo appartamento a Morimondo: «...era
un'istituzione di carità, più che un medico. Ci siamo immediatamente accorti che
era diverso dagli altri».
Quando ha a che fare con pazienti
per i quali la medicina può poco, sollecita il malato e i familiari alla
chiamata del sacerdote. Egli per primo usa inginocchiarsi accanto al capezzale
dei morenti invitando i presenti a pregare. Insieme alla borsa con la consueta
attrezzatura medica porta sempre con sé la corona del rosario, che usa recitare
ogni giorno con fervore, mentre va a piedi o in bicicletta o col calessino.
La gente
del paese rimane ammirata, non solo dalla sua estrema generosità, ma anche dalla
grandissima devozione con cui prega e con cui quotidianamente partecipa alla
celebrazione eucaristica.
Nel tempo libero si dedica alla
preghiera, allo studio e all'apostolato. Lavora moltissimo in parrocchia come
catechista, preparatore dei piccoli alla prima comunione, conferenziere.
Organizza, inoltre, turni di esercizi spirituali presso la «Villa del Sacro
Cuore» dei Padri Gesuiti in Triuggio per i giovani del Circolo, per i lavoratori
della campagna e per gli operai. Vi invita pure colleghi ed amici ed interviene
personalmente nel sostenere le spese.
Troviamo quello che si potrebbe
definire il suo programma nell'esercizio della professione medica in una lettera
scritta alla sorella
suora:
«Prega affinché la superbia,
l'egoismo o qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere
Gesù sofferente nei miei ammalati. Lui curare, Lui confortare...Con questo
pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe
apparire l'esercizio della professione!».
Ha detto di lui il nipote
Alessandro, anch'egli medico: «Zio Erminio era qualcosa di più che un
medico; lo vedevo persino lavare i piedi dei pazienti anziani, medicarli con
estrema cura e trattarli sempre con grande umiltà».
Alla sua salute pensa poco
preoccupato com'è di donarsi senza limiti agli altri. Inizia la sua giornata di
buon mattino e, dopo avere partecipato alla messa, inizia il giro della
condotta. Al ritorno, verso mezzogiorno, prima del pranzo si ferma in preghiera
davanti al tabernacolo. Nel pomeriggio, dopo aver dedicato circa un'ora allo
studio o alla lettura, riprende le visite. Alla sera torna in chiesa per
pregare, recitare il rosario e assistere alla benedizione eucaristica. Dopo cena
ci sono spesso le adunanze dei gruppi giovanili o le prove della banda musicale;
altrimenti si immerge nella lettura di libri di medicina o di spiritualità.
Legge spesso i quaderni della Civiltà Cattolica e l'Osservatore Romano ed
alimenta la sua vita spirituale specie con la lettura del Vangelo,
dell'Imitazione di Cristo e dell'Ufficio della Beata Vergine.
La vocazione
religiosa
Nel periodo in cui è medico
condotto a Morimondo matura la vocazione religiosa che Pampuri ha nutrito fin
dalla fanciullezza. Cerca di entrare nei Francescani e nei Gesuiti, ma riceve
risposta negativa per le sue insoddisfacenti condizioni di salute. Di fronte
alle sue insistenze, gli viene consigliato di entrare nei Fatebenefratelli,
dove, oltre tutto, potrà mettere a servizio degli infermi la sua competenza
professionale. Nel 1927, nell'aprirgli le porte Fra Zaccaria Castelletti, allora
Superiore della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli, pronuncia una
frase che ben presto suonerà profetica: «...dovesse
rimanere anche un solo giorno membro effettivo dell'Ordine nostro, sia egli il
benvenuto. In cielo sarà per noi un Angelo di protezione».
Pampuri accetta di buon grado di
entrare nell'Ordine ospedaliero fondato da san Giovanni di Dio e decide di fare
una breve prova della vita comunitaria nella casa dei Fatebenefratelli a
Solbiate Comasco. Dopo il periodo di noviziato, il 24 ottobre 1928 entra
nell'Ordine dei Fatebenefratelli e chiede ai superiori di potersi chiamare
Riccardo in segno di gratitudine nei confronti del sacerdote suo consigliere don
Riccardo Beretta. La notizia fa scalpore, tanto che persino sul «Corriere della
Sera», a firma di Giovanni Cenzato, compare un articolo intitolato «Un medico
che si fa frate».
Entrato nella comunità religiosa a
Brescia, riceve il compito di istruire i giovani confratelli che devono
conseguire il diploma infermieristico. Gli viene anche affidata la
responsabilità dell'ambulatorio dentistico annesso all'ospedale S. Orsola.
La sua
vita da religioso è spesa senza risparmio a servizio degli infermi e vissuta
all'insegna della semplicità, della modestia, della riservatezza, dell'austerità
e dell'umiltà. Fra Riccardo sceglie per sé i compiti più umili, non disdegnando
i lavori che qualche confratello rifugge per ripugnanza o per
malavoglia.
Dice di lui il Priore di allora,
padre Gabriele Monfrini:«Era sempre il primo e
l'ultimo; primo nella diligenza, anzi scrupolosità con cui adempiva i doveri del
religioso ospedaliero, assistendo anche e supplendo i medici sia nella cura dei
malati che in sala operatoria. Sempre l'ultimo perché, sebbene laureato e come
tale avrebbe potuto esimersi da certi uffici umili e bassi, cercava... di essere
in tutto e per tutto al servizio degli infermi».
Conferma don Cesare Gnocchi,
compagno di noviziato di fra Riccardo:
«Quando si
accorgeva che qualche confratello sfuggiva a lavori che destavano ripugnanza o
comunque capiva che li facevano di malavoglia, egli correva in aiuto o li faceva
direttamente. All'occasione, poi, diventando rosso in viso, con tutta carità ci
diceva: «Sono le piccole umiliazioni, sono le cose che ripugnano che dobbiamo
cercare noi religiosi: se non facciamo queste cose, quando esercitiamo un po' di
umiltà? Le fanno i borghesi queste cose, tanto più le dobbiamo fare noi!...».
Durante il lavoro, egli pregava con salmi e giaculatorie...».
A Brescia il suo ambulatorio
dentistico è frequentatissimo da gente di ogni età, ceto sociale e credo
religioso e tutti sono conquistati da quel frate sempre sorridente e
disponibile, che tratta tutti con garbo e con la massima
carità.
In una lettera alla sorella suor
Longina, scritta un anno prima della morte, Fra Riccardo tratteggia il programma
della sua vita religiosa:
«Abbi grandi
desideri, cioè desiderio di grande santità, di fare opere grandi; mira sempre
più in alto che puoi per riuscire a colpire giusto; ma poiché non sempre sarai
chiamato ad azioni gloriose, fa anche le cose piccole, minime, con grande
amore... far sempre la volontà del Signore nell'esatto compimento dei propri
doveri e in una lotta perseverante... questo dovrebbe essere il mio
programma».
Nel 1929 presenta un episodio di
emottisi causato dalla riaccensione della tubercolosi polmonare contratta in
guerra. Un soggiorno di alcune settimane nella casa di cura dei Fatebenefratelli
a Gorizia procura un temporaneo miglioramento delle sue condizioni di salute,
tanto che egli torna alla sua attività medica presso l'ambulatorio odontoiatrico
di Brescia. Qualche mese più tardi, però, presenta un nuovo e più grave episodio
di emottisi e le sue condizioni cliniche peggiorano. Gli viene allora consentito
di trascorrere un mese di convalescenza a Torrino, a casa degli zii, ma senza
risultato. Il 18 aprile 1930 si ricovera nell'ospedale «San Giuseppe» di Milano
in preda a febbre elevata. Nei giorni successivi si verifica un ulteriore
aggravamento della sua malattia che lo porterà a morte il primo maggio dello
stesso anno, mentre stringe nelle mani il suo crocifisso.
La salma di fra Riccardo rimane nel
cimitero di Trivolzio fino al 16 maggio del 1951, quando viene traslata in una
cappella della chiesa parrocchiale, a lato del fonte battesimale presso il quale
egli era stato battezzato. A beatificazione avvenuta le sue spoglie mortali
vengono spostate nella cappella di Sant'Antonio della stessa chiesa. Il 29
gennaio 1997, in occasione del centenario dalla nascita, il corpo di San
Riccardo, dopo la ricognizione, è stato collocato in un'urna di cristallo per
facilitare la devozione dei fedeli. A Trivolzio, suo paese natale, è
stata inaugurata nel 1993 una residenza protetta per anziani non autosufficienti
a lui intitolata, realizzata per volere dei suoi concittadini e della Provincia
Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli.
Annotazioni
conclusive
Anche per Riccardo Pampuri, come
per Giuseppe Moscati, si può dire che nella sua esistenza non vi è nulla di
«straordinario», nel senso che egli si è fatto santo in modo per nulla
clamoroso, ma vivendo fino in fondo l'essere cristiano nella quotidianità. La
sua è stata una santità «semplice», maturata in una personalità umile e quasi
«invisibile» attraverso l'eroismo quotidiano dell'abbandono fiducioso alla
volontà di Dio. «In lui -- ha scritto Giovanno Paolo II -- rifulgono i tratti
della spiritualità laicale delineata dal Concilio Ecumenico Vaticano
II».
«...La vita breve ma intensa di Fra
Riccardo Pampuri -- sono sempre parole del Santo Padre -- è uno sprone per tutto
il popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i
religiosi...
Ai giovani contemporanei egli rivolge l'invito a vivere
gioiosamente e coraggiosamente la fede cristiana, in continuo ascolto della
Parola di Dio, in generosa coerenza con le esigenze del messaggio di Cristo,
nella donazione verso i fratelli.
Ai medici, suoi colleghi, egli rivolge
l'appello perché svolgano con impegno la loro delicata arte, animandola con gli
ideali cristiani, umani e professionali, perché sia un'autentica missione di
servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana.
Ai religiosi e
alle religiose, specialmente a quelli e quelle che, nell'umiltà e nel
nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie degli ospedali e
nelle case di cura, Fra Riccardo raccomanda di vivere lo spirito originario del
loro Istituto, nell'amore di Dio e dei fratelli bisognosi».
E importante che, nella sua
mirabile e lineare semplicità, l'insegnamento spirituale di questo nuovo santo
contemporaneo sia raccolto e tradotto in scelte esistenziali dai suoi ideali
destinatari, che sono non un'élite o una ristretta cerchia di persone, ma tutti
i battezzati, chiamati allo stesso cammino di santità attraverso la scelta di
appartenere totalmente a Cristo in ogni momento della vita.
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