lunedì 6 febbraio 2012

Riccardo Pampuri, il dottor carità - A. Montonati

Il Dr. Erminio Pampuri medico chirurgo
San Riccardo  152 x 257 pixelMontonati A.

Il dottor carità
Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli
Ed. Fatebenefratelli, Milano 1989
Beatificato da Giovanni Paolo II il 4 ottobre 1981, Riccardo Pampuri è stato proclamato santo dallo stesso Pontefice il primo novembre 1989.
La sua breve esistenza, fin dagli anni della fanciullezza, è sempre orientata verso la santità, in un cammino caratterizzato non certo da
avvenimenti straordinari, ma da intensa spiritualità, profonda e serena umiltà, infaticabile dedizione apostolica e instancabile spirito di servizio. Per lui l'essere medico non è mai uno strumento per la ricerca di ricchezza, potere o prestigio, ma un modo per vivere ogni giorno la carità verso i malati ed i bisognosi con professionalità unita a grande umanità, ad estrema disponibilità e a straordinaria generosità.
Fin da giovanissimo coltiva l'aspirazione a dedicarsi alla vita religiosa, aspirazione che riesce a realizzare solo negli ultimi anni della vita nell'Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli. Tuttavia, la sua intera esistenza è pervasa dal primato dello spirituale, che infonde alla feriale semplicità del suo essere e del suo agire da cristiano una forte credibilità e incisività.
Gli anni della formazione
Erminio Filippo (prenderà il nome di Riccardo da religioso dei Fatebenefratelli) Pampuri, penultimo di undici figli, nasce da Innocenzo Pampuri e da Angela Campari a Trivolzio, non lontano da Pavia il 2 agosto 1897.
L'ambiente familiare è certamente importante nella sua formazione cristiana. Della mamma tutti dicono che è «Angela di nome e di fatto». Del padre le biografie non forniscono molti particolari, se non che è dedito all'alcol e che, di conseguenza, a volte maltratta la moglie. Ben presto però Erminio Filippo rimane orfano della mamma, stroncata a 44 anni dalla tubercolosi; qualche anno più tardi perde anche il padre. Dopo la morte della mamma Erminio Filippo viene accolto a Torrino nella casa del nonno materno, Giovanni Campari. Nella stessa casa vivono, entrambi non sposati, la zia Maria, che gli farà da mamma e da guida nella fede cristiana, e lo zio medico Carlo, un credente tutto d'un pezzo come il nonno Giovanni. Accanto a loro ci sono i prozii Pietro e Carlo e la fedele domestica Caterina Bersan.
Pampuri riceve specialmente dagli zii Carlo e Maria una profonda educazione cristiana e, fin da ragazzo, vive la propria fede in modo
esemplare.
Allontanarsi da Torrino gli costa sacrificio e gli provoca disagio allorché è costretto a trasferirsi a Milano, in casa del fratello maggiore Ferdinando, per frequentare il ginnasio. Gli zii colgono le sue difficoltà e lo sistemano nel collegio Sant'Agostino di Pavia, più vicino a loro. Nel ricordo dei suoi compagni Erminio Filippo è così descritto: «...normale, dominatore di sé stesso e quindi anche degli altri. Non è stato mai possibile con lui avere una rivincita o fare una baruffa. Quando aveva giudicato di aver finito il necessario con noi, sapeva ritirarsi o per pregare o per studiare. Conservava il gusto per le cose semplici e fra tutte egli amava trattenersi coi compagni più timidi e con quelli di condizioni modeste...».
Mentre si dedica con assiduità agli studi, impegna il tempo libero in parrocchia dedicandosi alla catechesi, all'attività missionaria, all'animazione culturale e alle opere di carità. Fin da ragazzo collabora strettamente col parroco e con quest'ultimo fonda a Morimondo un Circolo della Gioventù di Azione Cattolica, di cui è anche il primo presidente. In quegli anni fonda anche un Circolo intitolato a Don Bosco.
Lo zio Carlo, medico stimato, lo avvia alla sua stessa professione e così nel 1915 Pampuri si iscrive alla facoltà di medicina presso l'Università degli Studi di Pavia, anche se, come confida alla sorella suor Longina Maria missionaria in Egitto, avrebbe voluto farsi prete o religioso.
A Pavia il giovane Pampuri sta in pensione presso la casa di una signora amica di famiglia. Nel periodo degli studi universitari frequenta la Conferenza di San Vincenzo de' Paoli e il Circolo Universitario «Severino Boezio» fondato nel 1898 dal vescovo mons. A. Riboldi per la formazione spirituale e morale dei giovani universitari.
Il primo aprile 1917 è arruolato nell'esercito e, in quanto studente di medicina, è assegnato all'86 Sezione di Sanità e mandato in zona di guerra col grado di caporale. In una lettera inviata il primo settembre 1917 alla sorella suora Pampuri descrive la sua profonda sofferenza interiore per il triste spettacolo delle atrocità belliche:«Da due settimane faccio servizio in un ospedaletto da campo, in sala di medicazione. Quale scempio della povera carne umana, che ferite, che squarci, quante membra fracassate! Speriamo che per la misericordia divina questo flagello abbia a terminare molto presto!».
«Ebbe sempre grande carità - sono parole di un commilitone - verso i soldati infermi e particolarmente verso i più gravi. Era pronto a confortarli nei loro mali e specialmente nel far ricevere loro i santi sacramenti quando erano gravi. Si compiaceva di radunare i semplici soldati per far loro un po' di morale e la sua assennata parola era sempre tenuta in grande considerazione». Nel suo corredo militare non mancano il Vangelo, le Lettere di S. Paolo e l'Imitazione di Cristo.
In guerra Pampuri si merita anche una medaglia di bronzo perché il 24 ottobre 1917, per impedire che il materiale sanitario dell'ospedaletto della sua compagnia vada perduto, essendosi i suoi commilitoni ritirati, carica tutto su un carro trainato da una mucca e, da solo, sfidando il fuoco dell'artiglieria austriaca, cammina nel fango per 24 ore, riuscendo in fine a raggiungere i compagni che ormai lo davano per disperso. Quella eroica marcia sotto la pioggia gli costa però una pleurite, che minerà in modo grave la sua salute. In seguito rifiuterà la pensione di guerra con la motivazione di avere già lo stipendio da medico condotto.
Terminata la guerra, riprende gli studi universitari non senza attraversare qualche momento di crisi, come testimoniano alcune sue confidenze espresse in una lettera alla sorella suor Longina un anno prima della laurea:«...in questo anno, che dovrebbe essere l'ultimo dei miei studi ed il primo della mia vita professionale, prega molto, affinché io possa attingere tanta forza dalla nostra Fede, così bella e così santa, da poter finalmente uscire da una vita di sterili desideri e di vane aspirazioni per cominciarne una veramente feconda di opere che, rendendo a Dio la dovuta lode e ringraziamento, abbia a farmi più lieto e più felice nella pace serena della Sua santa amicizia...».
Nel 1921 consegue a pieni voti la laurea in medicina e chirurgia con una tesi su «La determinazione della pressione arteriosa con un nuovo sfigmomanometro». Qualche mese prima della laurea si fa Terziario francescano, continuando a nutrire una speciale attrazione per la vita religiosa, come si evince da quanto egli scrive alla sorella suor Longina: «...Ora sono divenuto un po' tuo fratello anche nell'ordine spirituale, poiché, quantunque indegno, nella speranza di diventare un po' migliore mi sono messo io pure sotto la protezione del Serafico padre francescano, iscrivendomi nel suo terz'ordine».
La carità nella professione medica
Conseguita la laurea, dopo un breve tirocinio presso lo zio Carlo e una breve supplenza nella condotta medica di Vernate, ottiene la condotta di Morimondo, un paese a circa 27 chilometri da Milano e a 15 chilometri da Torrino, il paese degli zii. Lì esercita la professione medica dal 1921 al 1927, conquistandosi l'ammirazione, la stima e l'affetto di tutti per l'infaticabile disponibilità, la grande generosità, la non comune spiritualità e le eccezionali doti di umanità. Sempre discreto, paziente, cordiale, è sempre disponibile, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Scrive Gornati:«Vi era lì l'abitudine di ricorrere al medico preferibilmente di notte, ed a volte siffatte chiamate s'incrociavano in modo da occuparlo fino al mattino. Tornando poi a casa non era raro che trovasse in cortile una o due carrozzelle con persone che l'attendevano per accompagnarlo presso altri infermi. "Ma dottore -- osservava colui che gli slegava il suo cavallo -- riposi un po'; lei ancora non ha chiuso un occhio!". "E così? -- rispondeva il dottore -- importante è badare alla vita dell'ammalato". E sceso dalla sua carrozzella, saliva immediatamente sull'altra e via».
Tutte le volte che ha a che fare con malati bisognosi accanto alla ricetta mette di nascosto i soldi necessari per l'acquisto delle medicine. Alla domanda di quale sia il suo onorario risponde: «...domani, domani...». Spesso si reca egli stesso a comprare i farmaci; oltre al denaro, dona agli infermi alimenti, indumenti e coperte. Quel che resta del suo stipendio lo dona alle missioni. Capita che a metà mese egli rimanga senza una lira. Talvolta torna a casa con scarpe rotte e scalcagnate che ha preso da qualche povero in cambio delle sue. «Io viaggio sul biroccio -- è il suo commento scherzoso a chi gli chiede spiegazioni -- gli altri vanno a piedi, di suole ne consumano più di me...».
Ha testimoniato Giuseppina Pedretti che abitava proprio sotto il suo appartamento a Morimondo: «...era un'istituzione di carità, più che un medico. Ci siamo immediatamente accorti che era diverso dagli altri».
Quando ha a che fare con pazienti per i quali la medicina può poco, sollecita il malato e i familiari alla chiamata del sacerdote. Egli per primo usa inginocchiarsi accanto al capezzale dei morenti invitando i presenti a pregare. Insieme alla borsa con la consueta attrezzatura medica porta sempre con sé la corona del rosario, che usa recitare ogni giorno con fervore, mentre va a piedi o in bicicletta o col calessino. La gente del paese rimane ammirata, non solo dalla sua estrema generosità, ma anche dalla grandissima devozione con cui prega e con cui quotidianamente partecipa alla celebrazione eucaristica.
Nel tempo libero si dedica alla preghiera, allo studio e all'apostolato. Lavora moltissimo in parrocchia come catechista, preparatore dei piccoli alla prima comunione, conferenziere. Organizza, inoltre, turni di esercizi spirituali presso la «Villa del Sacro Cuore» dei Padri Gesuiti in Triuggio per i giovani del Circolo, per i lavoratori della campagna e per gli operai. Vi invita pure colleghi ed amici ed interviene personalmente nel sostenere le spese.
Troviamo quello che si potrebbe definire il suo programma nell'esercizio della professione medica in una lettera scritta alla sorella
suora:
«Prega affinché la superbia, l'egoismo o qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere Gesù sofferente nei miei ammalati. Lui curare, Lui confortare...Con questo pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparire l'esercizio della professione!».
Ha detto di lui il nipote Alessandro, anch'egli medico: «Zio Erminio era qualcosa di più che un medico; lo vedevo persino lavare i piedi dei pazienti anziani, medicarli con estrema cura e trattarli sempre con grande umiltà».
Alla sua salute pensa poco preoccupato com'è di donarsi senza limiti agli altri. Inizia la sua giornata di buon mattino e, dopo avere partecipato alla messa, inizia il giro della condotta. Al ritorno, verso mezzogiorno, prima del pranzo si ferma in preghiera davanti al tabernacolo. Nel pomeriggio, dopo aver dedicato circa un'ora allo studio o alla lettura, riprende le visite. Alla sera torna in chiesa per pregare, recitare il rosario e assistere alla benedizione eucaristica. Dopo cena ci sono spesso le adunanze dei gruppi giovanili o le prove della banda musicale; altrimenti si immerge nella lettura di libri di medicina o di spiritualità. Legge spesso i quaderni della Civiltà Cattolica e l'Osservatore Romano ed alimenta la sua vita spirituale specie con la lettura del Vangelo, dell'Imitazione di Cristo e dell'Ufficio della Beata Vergine.
La vocazione religiosa
Nel periodo in cui è medico condotto a Morimondo matura la vocazione religiosa che Pampuri ha nutrito fin dalla fanciullezza. Cerca di entrare nei Francescani e nei Gesuiti, ma riceve risposta negativa per le sue insoddisfacenti condizioni di salute. Di fronte alle sue insistenze, gli viene consigliato di entrare nei Fatebenefratelli, dove, oltre tutto, potrà mettere a servizio degli infermi la sua competenza professionale. Nel 1927, nell'aprirgli le porte Fra Zaccaria Castelletti, allora Superiore della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli, pronuncia una frase che ben presto suonerà profetica: «...dovesse rimanere anche un solo giorno membro effettivo dell'Ordine nostro, sia egli il benvenuto. In cielo sarà per noi un Angelo di protezione».
Pampuri accetta di buon grado di entrare nell'Ordine ospedaliero fondato da san Giovanni di Dio e decide di fare una breve prova della vita comunitaria nella casa dei Fatebenefratelli a Solbiate Comasco. Dopo il periodo di noviziato, il 24 ottobre 1928 entra nell'Ordine dei Fatebenefratelli e chiede ai superiori di potersi chiamare Riccardo in segno di gratitudine nei confronti del sacerdote suo consigliere don Riccardo Beretta. La notizia fa scalpore, tanto che persino sul «Corriere della Sera», a firma di Giovanni Cenzato, compare un articolo intitolato «Un medico che si fa frate».
Entrato nella comunità religiosa a Brescia, riceve il compito di istruire i giovani confratelli che devono conseguire il diploma infermieristico. Gli viene anche affidata la responsabilità dell'ambulatorio dentistico annesso all'ospedale S. Orsola. La sua vita da religioso è spesa senza risparmio a servizio degli infermi e vissuta all'insegna della semplicità, della modestia, della riservatezza, dell'austerità e dell'umiltà. Fra Riccardo sceglie per sé i compiti più umili, non disdegnando i lavori che qualche confratello rifugge per ripugnanza o per malavoglia.
Dice di lui il Priore di allora, padre Gabriele Monfrini:«Era sempre il primo e l'ultimo; primo nella diligenza, anzi scrupolosità con cui adempiva i doveri del religioso ospedaliero, assistendo anche e supplendo i medici sia nella cura dei malati che in sala operatoria. Sempre l'ultimo perché, sebbene laureato e come tale avrebbe potuto esimersi da certi uffici umili e bassi, cercava... di essere in tutto e per tutto al servizio degli infermi».
Conferma don Cesare Gnocchi, compagno di noviziato di fra Riccardo:
«Quando si accorgeva che qualche confratello sfuggiva a lavori che destavano ripugnanza o comunque capiva che li facevano di malavoglia, egli correva in aiuto o li faceva direttamente. All'occasione, poi, diventando rosso in viso, con tutta carità ci diceva: «Sono le piccole umiliazioni, sono le cose che ripugnano che dobbiamo cercare noi religiosi: se non facciamo queste cose, quando esercitiamo un po' di umiltà? Le fanno i borghesi queste cose, tanto più le dobbiamo fare noi!...». Durante il lavoro, egli pregava con salmi e giaculatorie...».
A Brescia il suo ambulatorio dentistico è frequentatissimo da gente di ogni età, ceto sociale e credo religioso e tutti sono conquistati da quel frate sempre sorridente e disponibile, che tratta tutti con garbo e con la massima carità.
In una lettera alla sorella suor Longina, scritta un anno prima della morte, Fra Riccardo tratteggia il programma della sua vita religiosa:
«Abbi grandi desideri, cioè desiderio di grande santità, di fare opere grandi; mira sempre più in alto che puoi per riuscire a colpire giusto; ma poiché non sempre sarai chiamato ad azioni gloriose, fa anche le cose piccole, minime, con grande amore... far sempre la volontà del Signore nell'esatto compimento dei propri doveri e in una lotta perseverante... questo dovrebbe essere il mio programma».
Nel 1929 presenta un episodio di emottisi causato dalla riaccensione della tubercolosi polmonare contratta in guerra. Un soggiorno di alcune settimane nella casa di cura dei Fatebenefratelli a Gorizia procura un temporaneo miglioramento delle sue condizioni di salute, tanto che egli torna alla sua attività medica presso l'ambulatorio odontoiatrico di Brescia. Qualche mese più tardi, però, presenta un nuovo e più grave episodio di emottisi e le sue condizioni cliniche peggiorano. Gli viene allora consentito di trascorrere un mese di convalescenza a Torrino, a casa degli zii, ma senza risultato. Il 18 aprile 1930 si ricovera nell'ospedale «San Giuseppe» di Milano in preda a febbre elevata. Nei giorni successivi si verifica un ulteriore aggravamento della sua malattia che lo porterà a morte il primo maggio dello stesso anno, mentre stringe nelle mani il suo crocifisso.
La salma di fra Riccardo rimane nel cimitero di Trivolzio fino al 16 maggio del 1951, quando viene traslata in una cappella della chiesa parrocchiale, a lato del fonte battesimale presso il quale egli era stato battezzato. A beatificazione avvenuta le sue spoglie mortali vengono spostate nella cappella di Sant'Antonio della stessa chiesa. Il 29 gennaio 1997, in occasione del centenario dalla nascita, il corpo di San Riccardo, dopo la ricognizione, è stato collocato in un'urna di cristallo per facilitare la devozione dei fedeli. A Trivolzio, suo paese natale, è stata inaugurata nel 1993 una residenza protetta per anziani non autosufficienti a lui intitolata, realizzata per volere dei suoi concittadini e della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli.
Annotazioni conclusive
Anche per Riccardo Pampuri, come per Giuseppe Moscati, si può dire che nella sua esistenza non vi è nulla di «straordinario», nel senso che egli si è fatto santo in modo per nulla clamoroso, ma vivendo fino in fondo l'essere cristiano nella quotidianità. La sua è stata una santità «semplice», maturata in una personalità umile e quasi «invisibile» attraverso l'eroismo quotidiano dell'abbandono fiducioso alla volontà di Dio. «In lui -- ha scritto Giovanno Paolo II -- rifulgono i tratti della spiritualità laicale delineata dal Concilio Ecumenico Vaticano II».
«...La vita breve ma intensa di Fra Riccardo Pampuri -- sono sempre parole del Santo Padre -- è uno sprone per tutto il popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi...

Ai giovani contemporanei egli rivolge l'invito a vivere gioiosamente e coraggiosamente la fede cristiana, in continuo ascolto della Parola di Dio, in generosa coerenza con le esigenze del messaggio di Cristo, nella donazione verso i fratelli.
Ai medici, suoi colleghi, egli rivolge l'appello perché svolgano con impegno la loro delicata arte, animandola con gli ideali cristiani, umani e professionali, perché sia un'autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana.
Ai religiosi e alle religiose, specialmente a quelli e quelle che, nell'umiltà e nel nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie degli ospedali e nelle case di cura, Fra Riccardo raccomanda di vivere lo spirito originario del loro Istituto, nell'amore di Dio e dei fratelli bisognosi».
E importante che, nella sua mirabile e lineare semplicità, l'insegnamento spirituale di questo nuovo santo contemporaneo sia raccolto e tradotto in scelte esistenziali dai suoi ideali destinatari, che sono non un'élite o una ristretta cerchia di persone, ma tutti i battezzati, chiamati allo stesso cammino di santità attraverso la scelta di appartenere totalmente a Cristo in ogni momento della vita.
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